Donald ed Hillary fra strategie, swing States e fund raising

Tutto l’appeal di Donald Trump tra l’elettorato, conquistato dopo le grandi vittorie nel Nord Est ed Indiana con la conseguente sospensione della campagna di Cruz, sembra essere di colpo scemato.
Donald ed Hillary fra strategie, swing States e fund raising
22 June 10:03 2016 Print This Article

Tutto l’appeal di Donald Trump tra l’elettorato, conquistato dopo le grandi vittorie nel Nord Est ed Indiana con la conseguente sospensione della campagna di Cruz, sembra essere di colpo scemato. Come avevamo scritto qualche settimana fa il grande ‘momentum’ del miliardario, rilevato dai primi sondaggi (dopati) contro Hillary Clinton, si sta sgonfiando. Una volta finita la grande enfasi (sollecitata anche dai media) l’eccentrico miliardario ora dovrà vedersela con la realtà. Realtà che in politica spesso si traduce in programmi, organizzazione e fund raising. Se i sondaggi nazionali di qualche settimana fa avevano visto la Clinton in pareggio a novembre contro il tycoon newyorkese (e, in alcuni casi, perdente), oggi invece ci ritroviamo con l’ex Segretario di Stato saldamente in testa. Con la fine del mese di maggio le cose per Trump si sono complicate e con costanza, la Clinton, ha iniziato a rosicchiare punti: per Economist/You Gov (2/06) la Clinton ha circa 3 punti di vantaggio come per Fox News (8/06); Cbs News, del 13 di giugno, mette la Clinton avanti di ben sei punti; Bloomberg, del 13 di giugno, dà la Clinton in vetta con dodici punti rispetto a Trump; CNBC, sempre del 13 giugno, pone la Clinton in testa con un distacco di 5 punti Reuters/Ipsos del 15 giugno evidenzia la Clinton con 9 punti di vantaggio sull’avversario; l’ultimo poll, sempre del 15 giugno, di Rasmussen Reports dà alla Clinton 5 punti di vantaggio sul tycoon; il 16 di giugno tocca a Gravis marketing (in controtendenza) dare un vantaggio alla Clinton di soli due punti; la Monmouth University con il suo centro studi, il 19 di giugno, dà un vantaggio alla ex first lady di circa 8 punti ed infine la CNN/ORC, sempre del 19 giugno, che dà alla Clinton un vantaggio di 5 punti. Insomma, è un vero plebiscito: in poco più di quattro settimane l’ex Segretario di Stato ha staccato Donald Trump, lasciandolo al palo.

Questo significa che i problemi per Hillary Clinton sono finiti? E cosa sta facendo, Donald Trump, per ovviare a questo evidente calo di consenso?

Al momento il Super Pac della Clinton sta spendendo circa 145 milioni di dollari in ads (pubblicità) in circa otto Stati (Colorado, Iowa, North Carolina, Ohio, Nevada, Virginia, New Hampshire, Florida) e continuerà così fino all’election day di novembre. Questi Stati, molto probabilmente, rientreranno nell’elenco degli ‘swing States’, regioni basilari per ottenere le chiavi della sala ovale.

Donald Trump, invece, si sta concentrando di più su Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin, Stati che fanno parte della ‘Rust Belt’ (cintura di ruggine) e che ormai da anni sono sempre più di colore azzurro, mal digerendo il candidato repubblicano di turno. In Pennsylvania, ad esempio, Barack Obama vinse nel 2012 con 5 punti di scarto sul suo antagonista Mitt Romney ma da un po’ di tempo la comunità conservatrice è molto più attiva rispetto anni fa nonostante il partito Repubblicano non riesca a vincere in questa regione dal 1988 (l’ultimo vincitore fu Bush senior). Qualora Trump riuscisse a catturare buona parte della ‘Rust Belt’ più la Florida – confermando anche il North Carolina – per l’ex Segretario di Stato sarebbero dolori. Insomma, mentre la strategia della Clinton sembrerebbe orientata a consolidare il risultato del 2012 di Barack Obama, Donald Trump ha invece assoluta necessità di scardinare quel ‘muro blu’, cioè tutta la parte del Nord est ed alcuni Stati del Mid west (dove nelle primarie ha fatto molto bene) che potrebbero dargli la vittoria, se confermata anche la bassa affluenza democratica registrata in queste primarie. L’ex first lady, invece, spera nella retorica anti-latina di Trump per andare a rompergli le uova nel paniere in North Carolina (qui Obama ha perso nel 2012 di poco) e South Carolina, oltre a concentrare una massiccia pubblicità anche in Arizona e Georgia.  Donald Trump, dal canto suo, sta cercando anche di accantonare la vecchia mappa demografica del passato e si starebbe anche concentrando su New York (Stato blu per antonomasia), dove ha assunto un sondaggista ad hoc solo per questa regione.

Uno degli Stati, però, che la Clinton ha più paura di perdere è l’Ohio (Stato storicamente in bilico da sempre), ma soprattutto il suo timore è di non riuscire a sfondare in tutta quella parte di voto bianco (istruita e non) molto restia a votarla. L’abbiamo visto anche contro Bernie Sanders come l’ex Segretario di Stato faccia fatica con questo segmento di voto che è molto ampio, nonostante il cambiamento demografico che è in corso in questi anni negli Stati Uniti. Quello che c’è anche da chiedersi è quanti di questi voters riuscirà a catturare Donald Trump. Il record assoluto lo ha segnato Romney nel 2012, che è riuscito a portare a casa circa il 59% del voto bianco, battendo persino Ronald Reagan nel 1980. La Clinton, invece, per ovviare a questo problema spera di fare breccia nel cuore dei bianchi più istruiti con almeno un diploma o meglio ancora una laurea (le donne soprattutto), gli unici che potrebbero cambiare idea rispetto all’eccentrico tycoon. Trump, invece, oltre ai ‘blue collar’ ed al voto bianco istruito (abbiamo visto dagli exit poll in questi mesi che Trump ha fatto buoni numeri anche fra ricchi e non solo con i disagiati ed arrabbiati) ha assoluta necessità di fare grande raccolta presso le minoranze sempre più numerose in tantissimi Stati chiave come in Florida, Virginia, Colorado e Nevada. Purtroppo per l’immobiliarista i segmenti di popolazione in rapida crescita negli States sono proprio quelle minoranze ‘non bianche’ che un giorno loda, ma l’altro odia. Molto dipenderà dalla sua strategia comunicativa con queste fasce di elettorato e, in tutta sincerità, si fa fatica a capire come la sua narrazione potrà avere una linea precisa, visto il carattere eccentrico e l’abitudine del miliardario a cambiare spesso opinione. In quest’ottica di cambiamento, il primo del suo staff a farne le spese, è stato il campaign manager, Corey Lewandowski, che poche ore fa è stato silurato (era già stato sostituito per pochi giorni durante le primarie, ma poi subito richiamato). Riesce difficile, però, immaginare come tutto dipenda dalla sua organizzazione (molto esigua a dir la verità), quando invece sembra essere lui stesso il suo più acerrimo nemico. ‘The Donald’, infatti, dovrà per forza scontrarsi con la sua personalità ondivaga se vorrà avere qualche speranza a novembre, visto che dall’altra parte troverà l’esperienza di Hillary Clinton, abituata ad una narrazione furba e molto poco incline alle gaffe o alle dichiarazioni poco consone.

Trump ha poi un altro grandissimo problema: i soldi. E’ di pochi giorni fa la notizia che un numero cospicuo di aziende stanno optando di ridimensionare i loro contributi di sponsorizzazione alla convention repubblicana di Cleveland che si svolgerà dal 18 al 21 luglio. Inoltre alcune aziende molto importanti, e che avevano sponsorizzato la convention Gop di Tampa nel 2012, hanno deciso addirittura di non partecipare in alcun modo. Fra queste risaltano i nomi di: Wells Fargo & Co., United Parcel Service Inc., Motorola Solutions Inc., JPMorgan Chase & Co., Ford Motor Co. e la Walgreens Boots Alliance Inc. Nessuna di queste ha voluto rendere pubblicamente conto della scelta ma, se il buongiorno si vede dal mattino, di certo non è una buonissima notizia per il partito Repubblicano e per Donald Trump.

Se andiamo, inoltre, a vedere i dati scopriamo che a tutt’oggi, Trump, non è ancora riuscito a fare breccia nei cuori dei grandi donors raccogliendo veramente poco rispetto a Hillary Clinton, la quale sembra avere Super Pac molto più organizzati sul territorio ed un supporto del partito che Donald Trump non sembra ancora avere. Senza contare ciò che ad oggi rimane in cassa al miliardario rispetto all’ex Segretario di Stato, ciò che ancora lascia perplessi è che l’organizzazione di Trump destinata alla raccolta dei fondi fa acqua da tutte le parti, tanto che molti top donors sono ancora alla finestra, alcuni in attesa di capire, altri che non hanno la minima intenzione di scucire un dollaro.

Mancano ancora molti mesi a novembre ed è difficile trarre qualche conclusione visto che la situazione è continuamente in divenire, ma l’accusa fatta da molti a Trump di scarsa organizzazione ed esperienza sembra affiorare in mezzo a tutta questa mole di dati e di fatti fin qui esposti. Se il tycoon ha davvero intenzione di vincere, avrà bisogno di rivedere in fretta tutta la sua strategia oltre a mettere sul campo una organizzazione tale da poter supportare (e sopportare) questi mesi che lo separano dall’election day. Altrimenti il grande rischio di perdere ancora prima di cominciare sarebbe dietro l’angolo.

Cristoforo Zervos Twitter: @C_Zervos

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Cecilia Valentini
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