Dopo i tagli Opec sale il prezzo del petrolio

In aggiunta all'accordo petrolifero dell'OPEC+ e ai tumulti presenti nello paese Latinoamericano, un ulteriore fattore rialzista è stato il seppur tenue deprezzamento del dollaro e l'impressione che la Federal Reseve non adotterà una politica monetaria fortemente restrittiva come ipotizzato nel recente passato
Dopo i tagli Opec sale il prezzo del petrolio
18 febbraio 12:27 2019 Stampa

Il trend petrolifero e valutario
A gennaio, i prezzi del barile sono significativamente aumentati perché i membri dell’OPEC+ hanno iniziato a implementare gli accordi decisi durante il meeting di Vienna del 30 novembre 2018. Nello specifico, i produttori di petrolio avevano deciso di tagliare le estrazioni per un ammontare pari a 1.200.000 b/g nel corso del primo semestre del 2019 con l’obiettivo di rimuovere l’eccesso di offerta presente nel mercato petrolifero.

Nel primo mese del 2019, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 54,75 $/b e le ha chiuse a 61,06 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le contrattazioni a 46,6 $/b, chiudendole a 54,15 $/b. Sia il benchmark (riferimento) europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 21 gennaio – rispettivamente quotando, 62,83 $/b e 54,19 $/b – in virtù della crisi politica scoppiata in Venezuela, lo Stato con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Nel momento in cui scriviamo (8 febbraio), i prezzi del barile stanno incrementando in virtù della diminuzione delle esportazioni saudite verso gli Stati Uniti. Nello specifico, nel corso della seconda metà di gennaio, le spedizioni via mare sono calate da 528.000 b/g a 442.000 b/g, il minimo negli ultimi due anni.

In aggiunta all’accordo petrolifero dell’OPEC+ e ai tumulti presenti nello paese Latinoamericano, un ulteriore fattore rialzista è stato il seppur tenue deprezzamento del dollaro e l’impressione che la Federal Reseve non adotterà una politica monetaria fortemente restrittiva come ipotizzato nel recente passato.

Nel contempo, il mercato petrolifero è stato caratterizzato anche da alcuni fattori ribassisti, tuttora presenti, tra i quali:

1. L’11 gennaio 2019, gli USA hanno estratto il record di 11.900.000 b/g. Tuttavia, una serie di segnali – a partire dal trend delle trivelle attive – suggeriscono che l’output di tight oil e shale gas rallenterà la propria crescita nel 2019;

2. Nel 2018, si prevede che il PIL della Cina crescerà del 6,6%, il tasso più basso dal 1990 a oggi.

Secondo le stime del report pubblicato dall’International Monetary Fund il 21 gennaio, l’economia mondiale aumenterà del 3,5% nel 2019 e del 3,6% nel 2020. Nel Trattasi della seconda revisione al ribasso (-0,2% e -0,1%) nel corso degli ultimi tre mesi. “La crescita globale si sta espandendo a un ritmo salutare, ma stiamo assistendo a un rallentamento” ha affermato la responsabile della ricerca, Gita Gopinath, precisando che “nell’economia globale sussistono una serie di rischi ribassisti”.

Se l’intensità della crescita globale pone una minaccia alla domanda di petrolio, le nuove sanzioni USA imposte alla compagnia Petroleos de Venezuela SA il 29 gennaio rappresentano un ulteriore rischio sul versante dell’offerta che potrebbe sfociare in una maggiore volatilità dei prezzi.

Non a caso, secondo il rapporto reso noto dal World Gold Council, la domanda globale di oro ha raggiunto le 4.345,1 t nel 2018, in aumento del 4% rispetto al 2017. Tale crescita è stata trainata dalle banche centrali, le quali hanno accresciuto le loro riserve in oro per un ammontare pari a 651,5 t (+74% anno su anno), mentre gli acquisti netti sono giunti ai massimi dalla fine della convertibilità del dollaro con il “metallo prezioso”, cessata nel lontano 1971. La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 t di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.

Da ultimo, ma non per questo di minore importanza, le riserve russe denominate in valuta straniera sono incrementate dell’8,3%, crescendo dai 432 miliardi di dollari del 2017, ai 468 miliardi di dollari del 2018.

 

Ultimi dati e stime sull’oil & gas
Grazie ai dati forniti dall’Oil Market Report e pubblicati dall’International Energy Agency il 18 gennaio 2019, l’offerta globale di petrolio è calata di 950.000 b/g a dicembre, per complessivi 100.600.000 b/g. In particolare, la produzione dell’OPEC è diminuita di 590.000 b/g, a 32.390.000 b/g. Le scorte commerciali dei membri dell’OCSE sono decresciute di 2.500.000 barili a novembre (mese su mese) per totali 2.857.000.000 barili, anche se sono incrementate di 12.000.000 di barili rispetto al 2017.

La crescita della domanda mondiale di petrolio nel 2018 e nel 2019 è rispettivamente prevista pari a 1.300.000 b/g e 1.400.000 b/g. Si stima che Cina e India forniranno il 62% di tale crescita.

Secondo il Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 22 gennaio, l’outputdi greggio non convenzionale statunitense è stimato in aumento di 62.000 b/g a febbraio 2019, per complessivi 8.179.000 b/g.

La produzione di greggio USA, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è diminuita fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, essa ha ripreso ad aumentare sino agli 11.900.000 b/g estratti l’11 gennaio 2019 e mantenuti durante l’intero mese (previsioni settimanali pubblicate con un ritardo di 7 giorni).

In conformità con le statistiche fornite da Baker Hughes il 1° febbraio 2019, le 1.045 trivelle USA attive, di cui 847 (81,1%) petrolifere e 198 (18,9%) gasiere, risultano essere 30 in meno rispetto al 4 gennaio 2018. Trattasi del numero più basso da maggio 2018 e dell’arretramento mensile più significativo da quasi 3 anni. Nonostante l’incremento del prezzo del barile, oramai ai massimi da due mesi, i frackers americani non hanno ripreso ad espandere le trivellazioni a causa della mancanza di fiducia riconducibile all’incremento delle spese.

A novembre, le importazioni statunitensi di greggio sono aumentate, raggiungendo i 7.903.000 b/g. In precedenza, erano state 7.312.000 b/g a ottobre, 7.589.000 b/g a settembre, 8.000.000 b/g ad agosto, 7.923.000 b/g a luglio, 8.480.000 b/g a giugno (record mensile nel corso del 2018), 7.825.000 b/g a maggio, 8.244.000 b/g ad aprile, 7.616.000 b/g a marzo, 7.493.000 b/g a febbraio e 8.012.000 b/g a gennaio. Al momento, la media delle importazioni USA di greggio nell’anno appena conclusosi è di 7.854.000 b/g. Era di 7.969.000 b/g nel 2017, leggermente in rialzo in confronto ai 7.850.000 b/g nel 2016, a loro volta in crescita rispetto ai 7.344.000 b/g importati nel 2014 e ai 7.363.000 b/g nel 2015.

 

Geopolitica del petrolio e del gas naturale
In base alle cifre fornite dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori, il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili, le maggiori riserve di petrolio estraibili al mondo.

Durante la presidenza di Hugo Chávez (1999-2013), il paese ha costantemente estratto tra i 2.400.000/2.800.000 b/g. Nel 2003, in conseguenza di un colpo di Stato avente l’obiettivo di rovesciare Chávez, si ebbe un momentaneo crollo dell’output, decresciuto fino a circa 700.000 b/g.

Nel 2013, Nicolas Maduro ha assunto la presidenza del paese. Dal 2016, la produzione petrolifera venezuelana ha iniziato a crollare. Nonostante il paese Latino Americano possa estrarre fino a 1.970.000 b/g in base alle quote stabilite in sede OPEC, esso sta attualmente estraendo 1.150.000 b/g (-33.000 b/g rispetto a novembre 2018), a causa di fattori interni ed esterni. Tra quest’ultimi, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti d’America stanno avendo un forte impatto. Si stima infatti che tali misure economiche congeleranno assets(patrimoni) per un valori pari a 7 miliardi di dollari e, nel 2019, comporteranno la perdita di ulteriori 11 miliardi di dollari di introiti da mancate esportazioni. Inoltre, è importante sottolineare che l’export petrolifero contribuisce per il 98% del totale delle entrate delle esportazioni ed equivale al 50% del PIL del paese.

Sin dall’inizio dell’era Chavista, la Federazione Russa ha stretto forti rapporti economici con il Venezuela nei settori dell’energia, dell’agricoltura e della difesa. Dal 2005 al 2013, i due paese hanno firmato 30 accordi nel settore militare. Più precisamente, durante tale periodo, il Venezuela ha acquistato dalla Russia equipaggiamento militare per un valore di 11 miliardi di dollari.

Per di più, la compagnia petrolifera Rosneft ha attualmente stipulato cinque joint-venture nell’upstream(ricerca & sviluppo) con PDVSA in Venezuela. La major guidata da Igor Sechin vanta crediti per 6 miliardi di dollari nei confronti della PDVSA, la quale dovrebbe ripagare tale debito attraverso la fornitura di greggio entro la fine del 2019. Tuttavia, secondo S&P Global Platts, a novembre 2018, la compagnia di Stato venezuelana aveva rimborsato circa la metà del proprio debito.

Anche la Cina ha forti relazioni commerciali con il Venezuela. Esse paiono essere complementari a quelle intraprese dalla Russia, più che competitive. Specialmente nel corso dell’ultimo decennio, Pechino ha concesso a Caracas crediti per 50 miliardi di dollari. Il Venezuela ne ha restituiti 30 sotto forma di barili di petrolio ma, secondo Caracas Capital, lo Stato Latino Americano non rimborserebbe più titoli da dicembre 2017.

Il 30 gennaio 2019, Ellen R.Wald, senior fellow (docente) non residente presso il Global Energy Center del Consiglio Atlantico e presidente di Transversal Consulting ha scritto un articolo pubblicato da Bloomberg, nel quale suggerisce che “Il modo più rapido per il Venezuela di mettere il suo petrolio a beneficio della popolazione è di cambiare la legge sugli idrocarburi di Chávez e permettere alle società diverse dalla PDVSA di sviluppare le sue riserve. […]. Ma nessuna di queste misure sarà possibile a meno che un nuovo governo possa trovare un modo per rinegoziare i suoi ingenti debiti esteri. La PDVSA sta lottando per pagare gli interessi sul debito di proprietà di Rosneft. La garanzia su tale debito consiste in una quota del 49,9% di Citgo, il raffinatore di gas e il marketer americano. […]. Sarebbe saggio se una nuova amministrazione a Caracas si relazionasse con Washington onde facilitare l’acquisto del debito a condizioni migliori grazie all’intervento di un investitore americano”.

Il giorno precedente, Dmitry Peskov, il portavoce del presidente russo, Vladimir Putin, aveva chiarito che la Federazione Russa avrebbe difeso i propri interessi in Venezuela in base alle norme del diritto internazionale, utilizzando “tutti i mezzi a nostra disposizione”.

In conclusione, l’impressione è che qualcuno abbia disperatamente bisogno che il Venezuela diventi lo spazio di confronto geopolitico dell’interesse sino-russo con quello nord americano. Probabilmente, le conseguenze politiche ed economiche delle guerre in Libia, Siria e Ucraina che stanno ricadendo sull’Europa non stanno insegnando nulla ai principali membri dell’Unione europea, i quali – senza alcuna esitazione – hanno sostenuto la posizione di Trump volta al riconoscimento di Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela. Fortunatamente, il governo italiano e in particolare, il Papa – la cui posizione politica nei confronti del paese Latino Americano rappresenta anche la rescissione del cordone ombelicale del Vaticano con l’Occidente – hanno assunto una posizione saggia e di maggior cautela, facendo appello al dialogo tra il legittimo governo del Venezuela e l’opposizione, escludendo qualsiasi ricorso alla violenza.

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