Geopolitica dell’Energia

Ad aprile, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati sulla scia dell'accordo relativo al taglio dell'output da parte dei produttori OPEC e non-OPEC. Il ribilanciamento del mercato è prossimo ad essere raggiunto
Geopolitica dell’Energia
21 maggio 10:16 2018 Stampa

Ad aprile, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati sulla scia dell’accordo relativo alla diminuzione dell’output deciso dai produttori OPEC e non-OPEC. Nello specifico, in base ai dati forniti dall’International Energy Agency, la conformità dei tagli operati dall’OPEC a marzo ha raggiunto il record del 164% rispetto al 148% di febbario (cifra rivista al rialzo), mentre il livello di conformità dei 10 produttori non-OPEC è aumentato all’85% lo scorso mese in confronto al 78% di febbraio.

La qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 68,18 $/b e le ha chiuse a 74,70 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 63,62 $/b, terminando a 68,45 $/b.

Nel momeno in cui scriviamo, il Brent viene scambiato a 76,50 $/b $/b – il massimo da 3 anni – e il WTI a 70,50 $/b sulla scia del ritiro degli Stati Uniti d’America dall’accordo sul nucleare iraniano.
Il 6 aprile, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato il minimo del mese rispettivamente quotando 66,89 $/b e 61,63 $/b, in virtù dell’apprezzamento del dollaro (1,2234 €/$).

Il 23 aprile, entrambe le miscele hanno raggiunto il massimo mensile, il Brent prezzando a 75,04 $/b – il massimo in 4 anni – e il WTI a 68,90 $/b – il massimo da dicembre 2014 – dopo che in Yemen le forze houthi spalleggiate dall’Iran hanno lanciato un missile contro l’Arabia Saudita, mentre le forze capeggiate dalla Petromonarchia hanno ucciso un leader dei cosiddetti ribelli. Nel contempo, il differenziale di prezzo tra le due principali qualità si è ampliato sino a 6,14 $/b, il massimo da gennaio 2018.

Ad aprile, il mercato del petrolio è stato caratterizzato, sia da fattori rialzisti, sia ribassisti.
Fra quest’ultimi:

1.   In conformità con le stime dell’Energy Information Administration, l’output USA ha oltrepassato i 10.500.000 b/d (dati settimanali);

2.   In base alle previsioni dell’EIA, le scorte di greggio USA sono inaspettatamente incrementate dai 425.332.000 barili del 30 marzo, ai 429.737.000 barili del 20 aprile;

3.   L’apprezzamento del dollaro. In particolare, nei confronti dell’euro, il biglietto verde ha aperto a 1,2308 €/$ il 3 aprile e chiuso a 1,2079 €/$ il 30 aprile (massimo mensile il 27 aprile, a 1,2070 €/$). Nel contempo, in conseguenza delle ultime sanzioni imposte alla Federazione Russa, il dollaro si è apprezzato anche nei confronti del rublo, rafforzandosi da 57,59 rublo/$ a 62,88 rublo/$ (massimo a 64,60 rubli/$ toccato l’11 aprile). Questa situazione ha comunque migliorato il budget statale russo per un ammontare di 232.000.000.000 rubli ($3.800.000,000).
In merito ai fattori rialzisti invece, i quali hanno chiaramente prevalso rispetto ai ribassisti nell’influenzare il prezzo del barile, evidenziamo i seguenti:

1.   Attualmente, le scorte dei paesi OSCE sono solo 30.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni. Esse erano 300.000.000 al di sopra di tale livello quando i produttori OPEC e non-OPEC iniziarono i loro tagli, il 1° gennaio 2017.

L’ammontare totale delle scorte petrolifere dell’OCSE è calato a 2.841.000.000 barili;

2.   Le preoccupazioni relative alla possibile guerra commerciale tra Stati Uniti d’America e Cina;
3.   Il doppio attacco militare statunitense alla Siria, avvenuto il 14 e 30 aprile;

4.   Le tensioni attorno al tema del nucleare iraniano dopo l’incontro tra il Presidente USA, Donald Trump, e quello francese, Emmanuel Macron, il 24 aprile scorso.
“I mercati petroliferi sono strettamente legati alle tensioni geopolitiche, soprattutto se interessano il Medio Oriente, che rappresenta il cuore delle esportazioni di petrolio a livello globale”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, a Bloomberg Television. “Se le tensioni non si allentano, continueranno a impattare sul mercato petrolifero e sui relativi prezzi. E sicuramente questo sarà un fattore che indurrà un rialzo dei prezzi”.

Senza dubbio, il ribilanciamento del mercato è prossimo dall’essere raggiunto. Detto ciò, come anticipammo nel report mensile di febbraio, il problema principale dell’OPEC consiste nell’effettiva capacità dell’Organizzazione di stimare in maniera corretta le scorte al di fuori dei membri dell’OSCE, i quali già oggi contribuiscono per circa la metà dei consumi mondiali di petrolio e, secondo le più recenti stime, contribuiranno per l’80% della crescita della domanda nel 2018.
Ultimi dati e stime sull’oil & gas
Secondo i dati pubblicati dall’Oil Market Report il 13 aprile, l’offerta globale di petrolio è diminuita di 120.000 b/g a marzo, per complessivi 97.800.000 b/g, dopo che i produttori OPEC e non OPEC hanno rafforzato i loro tagli, portandoli a 2.400.000 b/g. In particolare, le estrazioni di greggio da parte dell’OPEC sono decresciute di 200.000 b/g, per totali 31.830.000 b/g, a causa di un ulteriore declino dell’output venezuelano e di alcuni produttori africani.
La domanda globale di petrolio è prevista in aumento di 1.500.000 b/g nel 2018 (stima invariata rispetto al report del mensile precedente).

In base ai dati del Drilling Productivity Report, pubblicato dall’Energy Agency Information il 16 aprile, la produzione non convenzionale USA è stimata in aumento di 125.000 b/g a maggio, per un totale di 6.996.000 b/g.

L’output di greggio statunitense, dopo il picco di 9.627.000 b/g ottenuto ad aprile 2015, è diminuito fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare sino al nuovo record di 10.619.000 b/g raggiunto il 27 aprile 2018 (previsioni settimanali).

Grazie alle cifre fornite da Baker Hughes il 27 aprile, le attuali 1.021 trivelle attive negli USA – di cui 825 (80,8%, il massimo dal 4 agosto) sono petrolifere e 195 (19,1%) sono gasiere più 1 mista (0,1%) – risultano essere 28 in più rispetto a quelle in azione il 29 marzo in conseguenza dell’incremento del prezzo del barile.

Tuttavia, alcuni frackers potrebbero andare in contro a nuovi problemi di natura finanziaria dal momento che, il 25 aprile, il rendimento del titolo decennale USA ha oltrepassato il 3% per la prima volta dal 2014 mentre la Federal Reserve, con ogni probabilità, effettuerà nuovi rialzi dei saggi nei prossimi mesi.

A febbraio 2018, le importazioni di greggio da parte degli Stati Uniti d’America sono diminuite a 7.493.000 b/g. Quest’ultime erano state 8.012.000 b/g a gennaio. Nel 2017, la media delle importazioni statunitensi aveva toccato i 7.912.000 b/g, leggermente in aumento rispetto ai 7.850.000 b/g nel 2016, a loro volta in crescita se rapportate con i 7.344.000 b/g nel 2014 e i 7.363.000 nel 2015.

In base alla Chinese General Adminstration of Customs, a marzo, la Cina ha importato 9.220.000 b/g di greggio, il 10% in più rispetto a febbraio, un record secondo solamente a quello ottenuto a gennaio 2018 con 9.570.000 b/g.
Geopolitica del petrolio e del gas naturale
L’auspicabile trattato di pace in corso di negoziazione tra le due Coree è anche il frutto del lavoro polito e diplomatico portato avanti di comune accordo dalla Federazione Russa e dalla Cina sin dalla nomina presidenziale di Vladimir Putin il 31 dicembre 1999, poi rafforzato dall’arrivo al potere di Xi Jinping il 14 marzo 2013.

Senza dubbio, come avemmo modo di anticipare in WE-World Energy 37, a seguito dell’incontro Trump/Xi dell’8 novembre 2017, il ministero del commercio cinese comunicava che la Cina avrebbe tolto le restrizioni di maggioranza delle società finanziarie, di venture capital e assicurative: d’ora in poi, le società estere potranno detenere il 51%. Da una parte la finanza statunitense utilizzare l’immenso risparmio cinese – seppur, sotto il controllo e l’indirizzo del Partito.

Nel settore dell’energia, nonostante la CEFC China Energy – posseduta dalla controllata di Stato Huarong Asset Management attraverso una quota del 36,2%  – non sia riuscita ad acquistare il 14,16% di Rosneft dalla quota azionaria detenuta da Glencore e dal Qatar Investment Authority (QIA) per 9.100.000.000 $, un nuovo esempio di cooperazione strategica tra i due colossi eurasiatici sta prendendo forma.

Tenuto conto che il contratto firmato nel 2017 da Rosneft e CEFC Energy – in base al quale la compagnia russa rifornirà quella cinese di 60,800,000 t di greggio all’anno sino al 2023 – è tutt’ora valido, Sibur, la principale impresa petrolchimica russa, costruirà un nuovo impianto nel lontano Oriente russo con lo scopo di entrare nel mercato cinese. “L’industria petrolchimica russa si sta spostando verso est, l’energia russa si sta spostando verso est, verso il confine cinese. Lì è dove va l’energia e noi la seguiamo”, ha dichiarato al Financial TimesDmitry Konov, CEO della società, il 19 marzo. Il principale partner della Sibur è la major cinese Sinopec – anch’essa operante nel settore della petrolchimica – la quale ne acquisì il 10% nel 2015 per un ammontare di 1.300.000.000 $.

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