Il rompicapo dei prezzi

Tra alti e bassi, agosto è stato un mese di ribilanciamento dei mercati del petrolio, con le qualità principali tendenzialmente in ribasso e Cina e Russia che scoprono le carte per le prossime mosse energetiche
Il rompicapo dei prezzi
18 settembre 13:06 2017 Stampa

Ad agosto, la qualità di greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 51,52$/b e le ha chiuse a 52,85$/b mentre il prezzo del West Texas Intermediate è diminuito da 49,03$/b a 47,11$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent sta quotando 54,02$/b e il WTI 49,12$/b.

Durante la prima parte del mese, sia il prezzo del benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano sono rimasti sostanzialmente stabili. Il 9 agosto, il Brent ha prezzato 52,76$/b sulla scia dei futures rientrati in una condizione di backwardation mentre il WTI ha raggiunto il massimo mensile a 49,81$/b.

In seguito, i prezzi del greggio sono diminuiti e il 16 agosto entrambe le qualità hanno raggiunto il loro minimo mensile – il Brent a quota 50,34$/b e il WTI a 46,79$/b – in conseguenza di due fattori: la conformità degli accordi OPEC del novembre 2016 è scesa al 75% mentre la produzione statunitense di petrolio ha oltrepassato i 9.500.002 b/g per la prima volta da luglio 2015. Per di più, quest’ultimo dato chiarisce come mai il trend decrescente del WTI sia risultato più marcato rispetto a quello del Brent.

Nel corso dell’ultima decade di agosto, il Brent ha recuperato terreno favorito dal deprezzamento del dollaro verso l’euro – 1.2048 €/$ il 29 agosto, il minimo da gennaio 2015 – mentre il WTI non ha avuto il medesimo trend a causa dell’Uragano Harvey che ha colpito il Texas. Di fatto, le interruzioni delle attività delle raffinerie equivalgono ad un calo della domanda di petrolio (-5% rispetto alla terza settimana di agosto).

Nel nostro precedente report, scrivemmo che se il prezzo del Brent – ritornato in backwardation alla fine di luglio – fosse rimasto tale anche nelle settimane seguenti, esso avrebbe contribuito ad aprire un nuovo scenario per gli estrattori OPEC e non-OPEC. Per un verso, la forte domanda – stimata in aumento di 1.500.000 b/g nel 2017 – conferma la nostra tesi ma, dall’altro i produttori OPEC e non-OPEC dovranno prestare grande attenzione nella corretta implementazione dell’ultimo accordo dal momento che i frackers americani stanno tuttora incrementando il proprio output (9.530.000 b/g il 25 agosto), nonostante persistano nubi all’orizzonte.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

In base ai dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato dall’Energy Information Administration l’11 agosto, a luglio la produzione globale di petrolio è aumentata di 500.000 b/g (anno su anno) e di 520.000 b/g rispetto al mese precedente. Per la precisione, l’offerta OPEC di greggio è aumentata di 230.000 b/g a 32.840.000 b/g (record nel corso del 2017) grazie al recupero dell’output libico, il quale ha oltrepassato 1.000.000 b/g alla fine di giugno.

Nel contempo, le scorte dei paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico sono diminuite di 19.300.000 barili per complessivi 3.021.000.000 di barili. Nonostante ciò, si tratta di 219.000.000 di barili al di sopra della media degli ultimi 5 anni. Nel 2017, la domanda globale di petrolio è stimata in crescita di 1.500.000 b/g, a 97.600.000 b/g. Il ribilanciamento del mercato sta proseguendo ma, nel contempo, bisogna tenere conto del fatto che le scorte “si stanno riducendo a partire da valori molto elevati in termini di volume”.

Grazie alle statistiche fornite dal Drilling Productivity Report pubblicato dall’Energy Information Administrationil 14 agosto, l’output non convenzionale americano è aumentato a settembre di 117.000 b/g, a 6.149.000 b/g. E’ però importante sottolineare che d’ora in avanti, il Report apporterà due modifiche nella propria metodologia di calcolo: in primo luogo, includerà la regione dell’Anadarko. In secondo luogo, i dati della regione dell’Appalachia conterranno la somma di quelli provenienti dalle regioni del Marcellus e dell’Utica.

Dopo il picco di 9.627.000 b/g raggiunto nell’aprile 2015, la produzione di greggio USA è diminuita sino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. In seguito, essa ha ripreso a crescere fino ai 9.530.000 b/g estratti il 25 agosto 2017.

Conformemente ai dati forniti da Baker Hughes, il numero totale delle trivelle USA attive il 25 agosto – 940 di cui 759 (80,7%) petrolifere, 189 (19,1%) gasiere, oltre a 1 (0,2%) – è diminuito di 14 unità rispetto alle statistiche pubblicate il 4 agosto in conseguenza degli effetti dell’uragano Harvey.

A giugno 2017, le importazioni di greggio statunitensi sono diminuite fino a 8.010.000 b/g. Erano 8.397000 b/g a maggio, 8.131.000 ad aprile, 8.048.000 b/g a marzo, 7.890.000 b/g a febbraio e 8.435.000 b/g a gennaio (record da agosto 2012). Attualmente, la media delle importazioni USA di greggio nel 2017 ammonta a 8.151.833 b/g, chiaramente al di sopra rispetto ai 7.877.000 b/g nel 2016, a loro volta in rialzo se paragonati con i 7.344.000 b/g importati nel 2014 e i 7.363.000 b/g nel 2015.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Grazie ai dati forniti dalla General Administration of Customs, la Federazione Russa permane il principale fornitore di greggio della Cina per il quinto mese di fila. In particolare, a luglio Pechino ha acquistato 1.170.000 b/g da Mosca mentre la media mensile dall’inizio del 2017 è di 1.180.000 b/g (+16% anno su anno). Le esportazioni russe verso la Cina sono più che raddoppiate nel corso degli ultimi 6 anni. In questa maniera, la Russia ha sopravanzato l’Arabia Saudita come primo fornitore della Cina mentre l’Angola si situa al terzo posto.

Nel contempo, conformemente a Reuters, Sberbank, la principale banca della Federazione Russa, ha iniziato la vendita diretta di oro alle istituzioni finanziarie cinesi attraverso lo Shanghai Gold Exchange – il quale include anche la VTB, la seconda banca russa in termini di capitalizzazione – per un ammontare di 6 tonnellate da consegnarsi entro la fine dell’anno corrente.

Il 18 luglio, il giornalista Gianpaolo Rossi ha affermato che “In realtà l’operazione Serbank s’inserisce in una più complessa strategia geo-economica di “de-dollarizzazione” del mondo messa in piedi da Russia e Cina, con lo scopo di infliggere un colpo profondo al ruolo globale degli Stati Uniti; e l’oro sarà una delle leve per scardinare il sistema utilizzandolo sempre più come mezzo di pagamento tra le economie emergenti”.

In base ai dati pubblicati dal World Gold Country il 3 agosto 2017, la Federazione Russa detiene 1.716 tonnellate di oro – il 16,6% delle proprie riserve estere – le quali sono più che quadruplicate nel corso degli ultimi 13 anni. La Russia è il sesto possessore di riserve di oro al mondo, dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, l’Italia, la Francia e la Cina (per alcuni analisti, le riserve aurifere cinesi sono fortemente sottostimate).

Dopo che il presidente USA, Donald Trump, è stato costretto ad imporre nuove restrizioni e sanzioni nei confronti della Federazione Russa, il governo di Mosca ha deciso di “velocizzare il lavoro sulla sostituzione delle importazioni, ridurre la dipendenza dai sistemi di pagamento degli Stati Uniti e dal dollaro come valuta di pagamento e così via. Sta diventando una questione di importanza vitale”, come ha avuto modo di affermare il rappresentante del Ministero degli Esteri, Sergey Ryabkov. “Gli Stati Uniti stanno utilizzando il proprio ruolo dominante nel sistema monetario e finanziario per imporre una pressione sul commercio estero, incluse le imprese russe”.

Nel mensile di maggio 2016, mettemmo in luce come il presidente russo, Vladimir Putin, “è sul punto di realizzare un sogno vecchio di un decennio: fissare il prezzo del petrolio russo in Russia”.

Tale “sogno” necessiterebbe di almeno due prerequisiti:

1.      In primo luogo, gli operatori internazionali di greggio devono raggiungere il mercato emergente russo dei futures affinché la qualità Urals possa poi sganciarsi dal benchmark globale più utilizzato cioè, il Brent;

2.      In secondo luogo, la Russia dovrebbe interrompere la quotazione del petrolio in dollari americani.

In conclusione, sia per quanto riguarda il primo punto – il cui aspetto principale attiene il volume di petrolio scambiato – sia il secondo – il quale ha a che fare con il ruolo di garanzia che l’oro sta riacquistando all’interno del sistema monetario internazionale – l’impressione è che Cina e Federazione Russa abbiano una strategia chiara e comune. Per di più, l’entrata di China Energy Corporation nel capitale azionario di Rosneft (14.16%) per un valore di 9,100,000,000 $ avvenuta l’8 settembre rinforza ulteriormente la nostra impressione.

Sarà un caso ma, il 23 agosto, la Bundesbank, la Banca Centrale di Germania, ha reso pubblico il rimpatrio di 674 tonnellate di riserve di oro precedentemente detenute a Parigi e New York sin dai tempi della Guerra Fredda. In precedenza, il 13 giugno la Banca Centrale Europea aveva reso pubblico d’avere convertito – per la prima volta – 500 mila euro di proprie riserve estere in RMB (renminbi) nel corso del primo semestre 2017. Da ultimo, ma non di minor importanza, durante il vertice del BRICS in corso a Xiamen, la Cina ha comunicato l’intenzione di pagare petrolio in Yuan, convertibile in oro.

Demostenes Floros

Print this entry

  Article "tagged" as:
  Categories:
view more articles

About Article Author

Demostenes Floros
Demostenes Floros

View More Articles