La calda estate petrolifera

Da una parte il progresso elle quotazioni del greggio e il rafforzamento dell'euro sul dollaro, dall'altro le strategia USA di contrasto alle esportazioni russe sostenute dalle nuove sanzioni
La calda estate petrolifera
28 agosto 11:45 2017 Stampa

A luglio, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 49,58$/b e le ha chiuse a 52,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 47,19$/b per chiudere a 50,20$/b. Nel momento in cui scriviamo Il Brent sta prezzando 51,74$/b e il WTI a 48,94$/b. Il 7 luglio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano, hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente prezzando 47$/b e 44,47$/b in quanto i dati ufficiali hanno messo in luce che i produttori statunitensi avevano incrementato dell’1% il loro output nel corso dell’ultima settimana di giugno. Infatti, le estrazioni petrolifere americane, dopo essere temporaneamente diminuite di 100.000 b/g per un totale di 9.250.000 b/g, hanno nuovamente raggiunto i 9.338.000 b/g. Successivamente, i prezzi del barile hanno iniziato ad aumentare sino al 19 luglio, quando il Brent ha raggiunto i 49,70$/b e il WTI i 49,70$/b. Ci sono tre ragioni che possono spiegare tale trend ascendente:

1 – Il 13 luglio, secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration, le raffinerie USA hanno lavorato al 94,5% del loro potenziale produttivo mentre le scorte americane di greggio sono decresciute di 7.600.000 b/g, la maggiore diminuzione da settembre 2016. Nel contempo, le scorte di benzine sono calate di 1.600.000 b/g;
2 – Il dollaro si è deprezzato, sia nei confronti dell’euro, sia verso le principali valute internazionali;
3 – Nel corso del II trimestre del 2017, il Prodotto Interno reale Lordo della Cina è cresciuto del 6,9% rispetto allo stesso periodo del 2016. Questo trend positivo è superiore rispetto alle previsioni e in linea con la crescita del I trimestre. L’obiettivo del governo cinese è quello di incrementare il proprio PIL del 6,5% circa nel corso del 2017.

Dopo un nuovo modesto ribasso di 2$/b circa, verificatosi tra il 19 e il 21 luglio – probabilmente, dovuto alla speculazione – i prezzi del petrolio sono aumentati durante l’ultima settimana del mese sulla scia delle decisioni prese al meeting di S. Pietroburgo, il 24 luglio. Nello specifico:

1 – in agosto l’Arabia Saudita ha deciso di ridurre le proprie esportazioni di petrolio a 6.600.000 b/g, 1.000.000 b/g in meno rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre gli Emirati Arabi Uniti taglieranno il 10% delle consegne di settembre;
2 – la Nigeria, la quale è esentata dagli accordi di novembre 2016, ha promesso di collaborare con i tagli stabiliti dai membri dell’OPEC nel momento in cui raggiungerà l’output di 1.800.000 b/g. Attualmente, la produzione nigeriana è leggermente inferiore rispetto a tale livello;
3 – di comune accordo, il ministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksander Novak, e l’omologo saudita, Khalid al-Falih, hanno espresso il loro sostegno per una eventuale estensione dell’intesa di novembre 2016. Per il momento, la conclusione è fissata per il 31 marzo 2018;
4 – l’incremento delle trivelle attive nell’Oil&gas negli Stati Uniti sta rallentando mentre le scorte USA stanno mostrando una massiccia riduzione (10% in meno rispetto ai picchi di marzo).

Prezzi in risalita e rafforzamento dell’euro

Se il prezzo del Brent – tornato in backwardation alla fine del mese – continuasse ad essere tale nelle prossime settimane contribuirà ad aprire un nuovo scenario per i paesi OPEC e non-OPEC? A luglio, il cambio €/$ ha aperto le contrattazioni a 1,1369 €/$ per poi chiuderle a 1,127 €/$. Nel momento in cui scriviamo, il cambio sta prezzando attorno a 1,1802 €/$. Il 2 agosto, il biglietto verde ha raggiunto il minimo da dicembre 2014 nei confronti della valuta europea, quotando 1,1893 €/$ in quanto:

1 – nonostante gli Stati Uniti abbiano creato 220.000 nuovi posti di lavoro a giugno, il tasso di disoccupazione USA è salito dal 4,3% al 4,4%;
2 – per giunta, tenuto conto che i consumi rappresentano il 70% circa del PIL statunitense, non è certo una buona notizia che i salari orario siano cresciuti di un modesto 0,2% a giugno rispetto al mese precedente, dopo un incremento dello 0,1% a maggio. Anno su anno, i salari USA sono aumentati del 2,5%; prima della crisi del 2008, la crescita era del 3%;
3 – nel contempo, il tasso di partecipazione della forza lavoro USA è passato dal 62,7% al 62,8%, pur rimanendo ai minimi da diversi decenni a questa parte;
4 – in conformità con i dati del World Economic Outlook pubblicati il 24 luglio dal Fondo Monetario Internazionale, “la ripresa resta sulla buona strada, ma permangono rischi al ribasso nel medio termine per l’economia globale. Il downgrade più grande riguarda gli USA con un taglio delle stime sul tasso di crescita dello 0,2% per il 2017 e dello 0,4% per il 2018 perché nel breve termine le politiche del Presidente Trump “saranno meno espansive del previsto”.

Secondo l’economista Guido Salerno Aletta, il rafforzamento dell’euro riflette il timore che l’Amministrazione Trump non sia in grado di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, tagliando le tasse e incrementando gli investimenti pubblici. Per di più, la quasi certa vittoria dell’attuale Cancelliere tedesco, Angela Merkel alle prossime elezioni politiche autunnali comporterà una forte pressione in merito alla fine della politica monetaria del Quantitative Easing nell’eurozona. Sull’altra sponda dell’Atlantico, il consulente di Pimco, Johakim Fels, ha spiegato la debolezza del dollaro con “la sola minaccia di mettere dei dazi ha spinto a più miti consigli le banche centrali europee e asiatiche. Meglio confrontarsi con il mini-dollaro che col protezionismo”.

Ultimi dati e stime sull’Oil&gas

In base ai dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato dall’Energy Information Administration il 13 luglio, l’offerta globale di petrolio è aumentata di 720.000 b/g a giugno, raggiungendo i 97.460.000 b/g dal momento che, sia l’OPEC, sia i produttori non-OPEC, abbiano accresciuto il proprio output. Nello specifico, la produzione OPEC di greggio è salita di 340.000 b/g, a 32.600.000 b/g in conseguenza del costante incremento estrattivo da parte di Libia e Nigeria (+700.000 b/g il totale dei barili riversati nel mercato negli ultimi due mesi), nonché dell’Arabia Saudita. Di conseguenza, il soddisfacimento dei parametri estrattivi che l’OPEC si era data con l’accordo di novembre 2016 è sceso dal 96% al 78% nel corso di maggio mentre quello dei produttori non-OPEC è invece salito all’82%. Quasi certamente, è per questa ragione che il Ministro del Petrolio nigeriano, Emmanuel Kachikwu, il 12 luglio, ha chiarito che “Come importante membro dell’OPEC, siamo pronti a dare il nostro sostegno ai tagli nel momento in cui saremo sicuri di avere una produzione stabile e prevedibile. Siamo ancora al di sotto della quota di riferimento di 1,8 milioni di barili al giorno stabilita per noi dall’OPEC. Penso che nei prossimi uno e due mesi riusciremo a tornare a un livello tale da poter affermare che la ripresa è ormai una realtà sistemica e prevedibile”.

Nel 2017, la domanda globale di petrolio è stimata in crescita di 1.400.000 b/g, a 98.000.000 b/g, 100.000 b/g in più rispetto alla precedente previsione. Grazie ai dati forniti dal Drilling Productivity Report, pubblicato dall’Energy Information Administration il 17 luglio, l’output non convenzionale americano è previsto in aumento nel mese di agosto di 113.000 b/g, a 5.585.000 b/g. La produzione di greggio Usa, dopo avere toccato il picco estrattivo di 9.627.000 b/d ad aprile 2015, è calata sino agli 8.428.000 b/d il 1° luglio 2016. Dopodiché, essa ha ripreso a crescere sino a raggiungere i 9.430.000 b/d il 28 luglio 2017. In base ai dati forniti da Baker Hughes, il numero totale delle trivelle USA in azione il 4 agosto – 954 delle quali, 765 (80.2%) petrolifere e 189 (19.8%) gasiere – ha ripreso ad aumentare dopo il primo calo dell’anno verificatosi il 30 giugno, seppur in maniera modesta.

In aumento le esportazioni di greggio in USA

Nonostante l’output non convenzionale statunitense sia aumentato da ottobre 2016 ad oggi, Dave Lesar, Direttore Esecutivo di Halliburton, ha confermato a metà luglio che alcune nubi – concernenti i costi finanziari e produttivi del fracking – incombono all’orizzonte, esattamente come da noi anticipato nel report del mese precedente. A maggio, le importazioni di petrolio degli Stati Uniti sono cresciute a 8.397.000 b/g. Quest’ultime avevano raggiunti gli 8.131.000 b/g ad aprile, 8.048.000 b/d a marzo, 7.890.000 a febbraio e 8.435.000 b/d a gennaio (record da agosto 2012). Al momento, le importazioni medie di greggio USA nel 2017 ammontano a 8.180.200 b/d, chiaramente in rialzo rispetto ai 7.877.000 b/d nel 2016, a loro volta in crescita se confrontate con i 7.344.000 b/d importati nel 2014 e i 7.363.000 b/d nel 2015. Inoltre, a differenza di quanto accaduto a giugno, l’impressione è che il mercato abbia prestato attenzione non solo alle scorte – le quali rappresentano uno dei dati più importanti che quest’ultimo pare al momento prendere in considerazione al fine di determinare il trend del barile – e alle esportazioni USA, bensì anche alle importazioni statunitensi di petrolio.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Il 25 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha interdetto i cittadini e le imprese statunitensi dal fornire alle imprese russe di beni, servizi e tecnologia per l’off-shore nell’Artico e per progetti riconducibili al settore del fracking. Questo voto ha scatenato molte critiche su entrambe le sponde dell’Atlantico nella misura in cui potrebbe portare alla chiusura di una serie di progetti nel settore dell’Oil&gas, riguardanti imprese russe che operano in partenariato con major statunitensi e in particolare, europee. In precedenza, il 18 luglio, il Presidente dell’American Petroleum Institute, nonostante avesse espresso il proprio sostegno in favore dell’estensione delle sanzioni, ha spronato la Camera dei Rappresentanti to “apportare modifiche decisive per evitare queste conseguenze indesiderate”, mentre Leslie Beyer, Presidente della U.S. Petroleum Equipment & Services Association, ha affermato che il procedimento comporterà “la perdita di posti di lavoro e una contrazione dell’economia nelle comunità americane”.

“la Commissione Europea deve sforzarsi di fare luce sulla situazione attuale, oltre a contrastare gli effetti extraterritoriali delle nuove sanzioni statunitensi. Abbiamo l’impressione che gli Stati Uniti perseguano unicamente i propri interessi economici. Se alle aziende tedesche verrà impedito di partecipare a progetti relativi ai gasdotti, progetti molto importanti nel settore della sicurezza dell’approvvigionamento energetico rischiano di subire una battuta d’arresto. Con prevedibili conseguenze sull’economia tedesca”. Ciò nonostante, il 4 agosto, la Commissione europea ha deciso di ampliare le sanzioni contro Mosca.

Un’azione di contrasto verso le esportazioni russe

Il progetto più importante che le misure americane aspirano a colpire è il gasdotto Nord Stream II. Allo stesso tempo, esse potrebbero rallentare la costruzione del Corridoio europeo Meridionale del gas, il quale rifornirà l’Unione europea con il gas naturale azero, e i progetti energetici nel sud-est del Mar Mediterraneo. In questo caso, l’Italia deve tenere conto del fatto che Eni, dopo aver scoperto l’immenso giacimento di gas di Zhor nel 2015 ha ceduto alla Rosneft il 30% della partecipazione azionaria nella concessione di Shorouk a dicembre 2016. Quest’ultima potrebbe potenzialmente aumentare sino al 35%, oltrepassando la soglia del 33% di un investimento russo coinvolto in un progetto di partnership oltre la quale si applicano le sanzioni. Il 2 agosto, anche il Senato Americano ha approvato la medesima legge. Il Presidente Trump, con ogni probabilità, ratificherà una disposizione che – sebbene colpisca gli interessi della Germania – è in aperto contrasto con la sua strategia di politica estera, mirante a resettare le gravi tensioni diplomatici con la Federazione Russa. In conclusione, siamo così certi che le elite europee hanno finalmente deciso di implementare una propria agenda politica indipendente e autonoma dagli Stati Uniti oppure il sospetto è che “tanto ardire sia calcolato e strumentale” e soprattutto, contro l’Amministrazione Trump come pareva emergere già all’indomani del G7 a Taormina?

Demostenes Floros

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