La situazione degli Swing States

Mancano meno di 48 ore alla elezione del Presidente degli Stati Uniti. La Clinton risulta in vantaggio e rimane la favorita, ma dare già per persa la partita di Donald Trump è veramente semplicistico. Facciamo quindi un riassunto della situazione degli Stati in bilico fondamentali per la vittoria finale
La situazione degli Swing States
07 November 11:32 2016 Print This Article

A meno di 48 ore dal voto, Hillary Clinton e Donald Trump, stanno sparando le loro ultime cartucce in giro per gli Stati in bilico, prima dell’8 novembre, la notte più lunga dell’anno, quella che decreterà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Ed è bastata poco più di una settimana per vedere i sondaggi virare bruscamente: l’ex Segretario di Stato, già in difficoltà, ha visto rosicchiare da Donald Trump parecchio del suo vantaggio. Nel momento in cui scriviamo la media RCP dei sondaggi nazionali del voto popolare sul 4-way (cioè anche con gli altri due candidati, Johnson e Stein) vede la Clinton in vantaggio di soli due punti. Una vera miseria. E non c’entrano solo i dibattiti come causa della debacle nei sondaggi, dibattiti in cui l’ex first lady avrebbe dovuto osare di più, ma molto probabilmente molto hanno fatto le nuove rivelazioni sulle mail dell’annoso server privato nel periodo in cui era Segretario di Stato.

Mettiamo in ordine i fatti: pochi giorni fa il direttore dell’FBI, James Comey, ha riaperto il caso del ‘email gate’ (così è stato soprannominato) con una lettera al congresso, dove ha spiegato che migliaia di messaggi email dell’ex congressman democratico, Anthony Weiner (marito di Huma Abedin, una delle assistenti più importanti di Hillary Clinton, e coinvolto tempo fa in uno scandalo sessuale con minorenni), potevano essere rilevanti sul caso del server privato dell’ex Segretario di Stato, riaprendo di fatto l’indagine archiviata tempo fa dallo stesso Comey, che aveva già assolto la Clinton pur sottolineando la sua negligenza nel trattamento dei dati. Cosa ci sia nelle email non è stato ancora chiarito e la cosa buffa è che, a soli pochi giorni dalla lettera che riapriva il caso, lo stesso direttore dell’FBI (investito in questi giorni da migliaia di polemiche) ha fatto dietro front mandando un’altra lettera poche ore fa al Congresso, sottolineando che nelle email non è presente nulla di indicativo per una possibile incriminazione di Hillary. Insomma, un pasticcio colossale che lascia un po’ basiti su tutta la questione.

Non contenti quelli dell’FBI, sulla scia della prima lettera che riapriva il caso sulla Clinton, hanno rincarato la dose pubblicando su un loro account twitter ufficiale dei documenti relativi alla grazia concessa da Bill Clinton, marito di Hillary, quando era ancora Presidente degli Stati Uniti, a Marc Rich, uno dei latitanti più famosi degli Stati Uniti, poi morto in Svizzera pochi anni fa. La grazia, concessa da Bill Clinton nel 2001, face enorme scalpore nell’opinione pubblica americana perché Rich, mediatore di grande successo di beni e servizi, fu protagonista di una delle più grandi frodi fiscali che gli Stati Uniti ricordino. Nel 1983, infatti, un tribunale federale incriminò lui ed il suo socio, Pincus Green, di 65 capi di imputazione (una sentenza da circa 300 anni di carcere), fra cui un’evasione fiscale enorme, che lo avrebbe portato a pagare 90 milioni di dollari di multa. Molti furono i dubbi sollevati dai detrattori del Presidente, ma l’inchiesta aperta dopo la grazia (chiusa nel 2005) stabilì la non colpevolezza di Bill Clinton. Qual è allora il punto? Il punto è che nei documenti si è fatto riferimento a certe donazioni proprio di Mark Rich al Democratic Party, alla Clinton Library e soprattutto alla Clinton Foundation, fondazione già sotto i riflettori per lo scandalo dell’email gate, gettando ulteriore benzina sul fuoco alla già poco trasparente figura di Hillary Clinton, oggi più che mai impegnata a consolidare il suo flebile vantaggio sul tycoon newyorchese.

Ma anche Donald Trump ha i suoi grattacapi: pochi giorni fa l’Associated Press ha rivelato che la coniuge di Trump, Melania, avrebbe sfilato e ricevuto compensi senza avere documenti regolari. Questo, per un personaggio come il miliardario che ad ogni ora strilla contro gli immigrati, non è proprio il massimo. Praticamente la sintesi della vicenda è che nel 1996, Melania, avrebbe sfilato dieci volte sulla passerella ricevendo però i documenti validi sette settimane dopo, ottenendo un compenso di 20.056 dollari. Ancora la cosa non è stata confermata, ma per un signore come Trump che ha più volte proposto di ampliare l’accesso dei datori di lavoro a E-Verify, la piattaforma che permette di controllare lo stato dei permessi della manodopera straniera, risulterebbe oltremodo imbarazzante. Inoltre, oltre ai soliti sospetti sulle tasse non pagate da Donald, con i media di area liberal sempre pronti a rincarare la dose sui loro mezzi d’informazione, è successo che poche ore fa in un rally in Nevada, Trump, sia stato costretto a lasciare il palco in fretta e furia per un presunto tentativo di attentato (rivelatosi poi un falso allarme) nei suoi confronti. Insomma, la tensione, a neanche due giorni dal voto, rimane altissima e l’incognita dei sondaggi delle ultime ore (saranno corretti?) lascia un alone di incertezza su una delle corse Presidenziali più importanti degli ultimi anni.

Dopo questa piccola introduzione, che bene evidenzia la posizione dei due contendenti principali alla Casa Bianca, cerchiamo adesso di capire bene quello che più conta. Il voto popolare, infatti, è certamente importante (hanno già votato 35 milioni di americani nell’early vote), ma quel che pesa davvero saranno gli Stati in bilico, cioè tutte quelle regioni ancora incerte e che potrebbero portare la vittoria dell’uno o l’altro candidato l’8 di novembre. Per fare questo iniziamo a capire come funziona l’elezione finale per l’accesso alla sala ovale.

Finite le primarie, dove erano in palio i delegati che alle rispettive convention di partito hanno scelto la nomination (ve lo abbiamo spiegato diffusamente in questi mesi), adesso la partita si giocherà sui ‘grandi elettori’, esattamente 538, eletti nei rispettivi Stati che compongono gli Stati Uniti. Per ogni Stato vengono eletti un numero di Grandi Elettori pari alla somma dei deputati e dei senatori che rappresentano quello Stato nel Congresso. Per questo motivo gli Stati più popolosi, per esempio la California, avranno un peso maggiore nella scelta del nuovo Presidente degli Stati Uniti, in quanto hanno un numero più alto di Grandi Elettori. Di seguito vediamo una mappa per capire come sono ripartiti:

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Per ogni Stato vige il sistema maggioritario secco: quindi il candidato che otterrà la maggioranza dei voti si aggiudicherà tutti i grandi elettori di uno Stato. Il candidato che alla fine della elezione conquisterà 270 grandi elettori diventerà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Chiarito questo punto, adesso vediamo la situazione di previsione degli Stati, per capire chi è in vantaggio, evidenziando la situazione negli swing States, cioè tutti quegli Stati che ad ogni tornata elettorale risultano incerti (gli Stati ‘Toss ups’) e quindi decisivi per la vittoria. Ci baseremo sulla media sondaggi di Real Clear Politics, sito formidabile di analisti e politologi americani che prende in considerazione tutti i sondaggi pubblicati, sia sul voto popolare e sia Stato per Stato. La media di questi sondaggi determinerà il ‘mood’ dell’elettorato e ci permetterà di capire le regioni dove la vera battaglia elettorale andrà a svilupparsi. Ovviamente queste medie risentono sempre della veridicità dei sondaggi pubblicati dai vari istituti e quindi, soprattutto in una tornata come questa molto incerta e particolare, vanno sempre considerati come cartina tornasole del ‘sentiment’ dell’elettorato e non come dati reali al 100%. Di seguito la legenda, che si baserà sui colori dei rispettivi partiti: blu per i democratici e rosso per i repubblicani:

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Come potete vedere dalla legenda, uguale per i rispettivi partiti e candidati, le categorie sono 4: Solid (Stato quasi sicuro per il candidato); Likely (Stato probabile per il candidato); Leans (Stato che propende per il candidato); Toss up (Stato incerto). Considerando tutti i sondaggi per ogni Stato e le medie sul 4-way (cioè con tutti e quattro i candidati in corsa, compresi Johnson del partito libertario e Jill Stein del partito dei verdi), abbiamo stabilito che uno Stato può essere considerato ‘Solid’ con una media di vantaggio per il candidato oltre il 14%; ‘Likely’ con un range di vantaggio tra l’8 ed il 14%; ‘Leans’ con un range di vantaggio tra il 5 e l’8%; ‘Toss up’ con un range di vantaggio tra lo 0 e 5%. Ecco di seguito come si presenta oggi la mappa elettorale prima del voto dell’8 novembre:

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Come possiamo notare, Hillary Clinton, al momento detiene 216 grandi elettori, di cui 127 Solid, 41 Likely e 48 Leans. Donald Trump, invece, detiene 164 grandi elettori suddivisi in 63 Solid, 92 Likely e 9 Leans. Mentre gli Stati ‘Likely’ dovrebbero andare al candidato in vantaggio, gli Stati ‘Leans’ e gli Stati ‘Toss ups’ presentano ancora grandissima incertezza. Gli Stati ‘Leans’ per la Clinton sono la Virginia, Wisconsin, Minnesota, Oregon, Connecticut ed il Congressional Distric 1 del Maine (questo Stato redistribuisce due dei 4 grandi elettori in due CD separati). In questi Stati, l’ex first lady, ha un vantaggio che va dai 5 agli 8 punti. Invece, l’unico Stato ‘Leans’ per Donald Trump è il South Carolina dove il tycoon ha un vantaggio di oltre 6 punti.

Diverso invece è il discorso per gli Stati ‘Toss ups’ dove l’incertezza, a neanche due giorni dal voto, rimane enorme. Al momento, come possiamo vedere dalla mappa, gli Stati in bilico sono: Florida (Clinton +1), Ohio (Trump +3,3), Michigan (Clinton +4), Pennsylvania (Clinton +2,4), New Hampshire (Trump + 1,6), Maine/CD2 (Clinton +4,5%), North Carolina (Trump +1,5), Georgia (Trump +4,6), Colorado (Clinton +2,9), Nevada (Trump +2), New Mexico (Clinton +4), Arizona (Trump +4), Iowa (Trump +3). A questo punto se non considerassimo gli Stati appena elencati come incerti e facessimo la somma, Hillary Clinton, finirebbe la sua corsa presidenziale con 299 grandi elettori, ben oltre il magic number di 270. Analizzando i numeri, però, non si può non notare come in Florida, Pennsylvania (in questo Stato non vince un repubblicano dal 1988) e Michigan (tre Stati che insieme raccolgono 65 grandi elettori) la Clinton abbia un vantaggio troppo esiguo (rispettivamente +1, +2,4 e +4) per poter dichiarare la sicurezza di una vittoria. Stessa cosa dicasi per Trump negli Stati della Georgia, North Carolina, Ohio, Arizona e Iowa (in tutto 66 grandi elettori) dove il vantaggio, anche per lui, è troppo esiguo. Stando, però, alla media sondaggi, Trump, a differenza della Clinton, parte svantaggiato, perché avrebbe bisogno non solo di vincere la Florida, la Pennsylvania ed il Michigan, ma dovrebbe confermarsi anche in molti degli altri Stati toss ups per avere qualche chance di vittoria.

In sostanza, anche se la Clinton in questo momento risulta in vantaggio e rimane la favorita, dare per già persa la partita di Donald Trump è veramente semplicistico, perché il livello di incertezza è molto alto in tantissimi Stati come non si vedeva da tanto tempo e lascia queste ultime ore alla mercé di ulteriori possibili scandali e colpi di scena dell’ultim’ora, nel tentativo dei candidati di poter far cambiare idea a qualche indeciso. Pochi punti di differenza, quest’anno, rischiano davvero di poter determinare l’entrata alla Casa Bianca.

Cristoforo Zervos Twitter: @C_Zervos

 

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Cecilia Valentini
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