OPEC+ e i cambi geopolitici

Lug 28, 2019 6:38 pm

Nell’ultimo meeting la decisione di prolungare i tagli produttivi. Ma la cosa più importante, politicamente, è la nascita della nuova Organizzazione

Il 2 luglio 2019 l’OPEC+ ha deciso di prolungare i tagli produttivi per un ammontare totale di 1.200.000 b/g fino al 31 marzo 2020 (9 mesi). Quest’ultimi erano stati stabiliti il 7 dicembre 2018 ed erano entrati in vigore a partire dal 1° gennaio 2019 per un arco temporale di sei mesi (scadenza 30 giugno 2019). Nello specifico, l’accordo prevedeva che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) avrebbe dovuto ridurre le proprie estrazioni di 800.000 b/g (in realtà, lo ha fatto per un quantitativo superiore soprattutto, per mano dei sauditi), mentre i produttori non-OPEC di 400.000 b/g, di cui 228.000 b/g ad opera della Federazione Russa. Nigeria, Venezuela e Iran erano stati esonerati dall’intesa e continueranno ad esserlo anche nel corso dei prossimi 9 mesi.

Da un punto di vista geopolitico, l’istituzionalizzazione dell’OPEC+, ufficialmente avvenuta il 3 luglio 2019, è stato l’aspetto più importante verificatosi nel corso dell’ultimo vertice. L’obiettivo del neo organismo è quello di influenzare il mercato petrolifero “a tempo indeterminato”. Ad oggi, ne fanno parte i 24 paesi produttori (14 OPEC + 10 non-OPEC) che hanno aderito alla cosiddetta Carta di cooperazione.

Per tentare di comprendere il portato storico dell’evento è anzitutto necessario fare un passo indietro. Il 22 giugno 2018, il Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Khalid Al-Falih, “invitò la Russia ad unirsi [all’OPEC] come osservatore e come membro associato. Noi crediamo che loro [i russi] stanno prendendo in considerazione tale ipotesi. Posso assicurare che tutti i soci dell’OPEC darebbero il benvenuto alla Russia”. Il Ministro dell’Energia russo, Aleksandr Novak, confermò che “tale opzione”, esisteva e che Mosca “la stava analizzando attentamente”. Lucidamente, Bloomberg, consapevole che l’OPEC+ era già entrata in azione una prima volta il 30 novembre 2016 (tagli per 1.800.000 b/g che escludevano l’Iran) in diretta conseguenza della vittoria russa nella guerra in Siria, intitolò: “I Piani Russo-Sauditi per un Super-OPEC Potrebbero Dare Forma ad un Nuovo Ordine Globale”.

Di fatto, il 30 giugno 2018, l’OPEC+ capitanata da russi e sauditi si accordò in merito all’aumento della propria produzione petrolifera per un ammontare di 1.000.000 b/g in conseguenza del ritiro statunitense dal Joint Comprehensive Plan of Action (il cui scopo era quello di regolare le attività nucleari dell’Iran) decretato da Donald Trump il 5 maggio 2018 e in virtù delle nuove sanzioni USA (non ONU) imposte nei confronti dell’export petrolifero iraniano. Più precisamente, quest’ultime sarebbero entrate in vigore a partire dal 5 novembre 2018 (le relative deroghe sarebbero state concesse pochi giorni prima, rimanendo in vigore fino al 2 maggio 2019).

Secondo diversi analisti, l’istituzionalizzazione dell’OPEC+ evidenzierebbe la perdita di peso da parte dell’OPEC che oramai contribuisce per meno del 30% dell’offerta globale di greggio. Tale considerazione non è priva di fondamento, ma è parziale nella misura in cui non mette in luce l’aspetto fondamentale e cioè, il fatto che l’OPEC+ sancisca la centralità della Federazione Russa, sia come principale esportatore di energia al mondo (a partire da petrolio e gas naturale) sia, come indispensabile attore geopolitico della nascente architettura internazionale multipolare, come è chiaramente emerso nel G20 di Osaka, in Giappone, il 28-29 giugno 2019. L’entrata della Russia nella guerra in Siria il 30 settembre 2015 e il conseguente ribaltamento dei rapporti di forza sul campo, hanno permesso a Mosca di diventare l’ago della bilancia del mercato petrolifero, nonché il soggetto mediatore dello scontro tra Arabia Saudita e Iran.

In secondo luogo, la nascita dell’OPEC+ rafforza il coordinamento delle politiche dei produttori convenzionali dinnanzi alla sfida lanciata loro nel corso degli ultimi anni dai cosiddetti produttori non convenzionali (le esportazioni di Russia e Arabia Saudita coprono il 25% circa dell’export globale di greggio). Infatti, i primi potranno influenzare maggiormente il mercato del petrolio, a causa dei costi di produzione senza dubbio inferiori rispetto a quelli sostenuti dai frackers nord americani. “Non ho dubbi che lo shale oil Usa arriverà a un picco di produzione, poi a un plateau e infine declinerà – ha dichiarato il saudita [Khalid Al-Falih a margine dell’ultimo meeting di Vienna] – Il problema è quando”.

In attesa che i parlamenti dei 24 membri dell’OPEC+ ratifichino la Carta di cooperazione, la Cina ha nuovamente rigettato le sanzioni USA imposte all’export di greggio iraniano, crollato a 400.000 b/g a maggio 2019 a fronte di un output di circa 2.300.000 b/g. Il 26 giugno 2019, le importazioni da Teheran sono giunte al complesso di Jinxi, posseduto e gestito dal colosso statale China National Petroleum Corporation (CNPC). “Noi non sosteniamo la politica USA volta a ridurre a zero le esportazioni di petrolio iraniano”, ha dichiarato Fu Cong, direttore generale del dipartimento per il controllo delle armi del ministero degli Esteri cinese, a Vienna.

Storicamente, l’Arabia Saudita è considerata lo swing producer globale, nella misura in cui ha la capacità di limitare deliberatamente il proprio output nel tentativo di soddisfare le fluttuazioni della domanda del mercato, mantenendo offerta e domanda globali sostanzialmente in equilibrio. Negli ultimi anni, grazie all’implementazione della tecnica del fracking, alcuni analisti hanno ritenuto che gli Stati Uniti d’America avrebbero sostituito, o perlomeno affiancato, l’Arabia Saudita in questo preciso ruolo. L’impressione è che con la nascita dell’OPEC+ e con la Cina frattanto divenuta il principale importatore di petrolio al mondo, i sauditi già condividono questa responsabilità con la Federazione Russa più che con gli USA. In attesa che le crescenti importazioni cinesi di greggio russo rendano Mosca swing producer per eccellenza.

 

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Conformemente alle cifre fornite dall’Oil Market Report pubblicato dall’International Energy Agency il 14 giugno 2019, l’offerta globale petrolifera è diminuita di 100.000 b/g a maggio, per complessivi 99.500.000 b/g, 2.800.000 b/g in meno rispetto al picco di novembre 2018. In particolare, a maggio, l’output dell’OPEC è sceso al di sotto dei 30.000.000 b/g a causa del calo dell’offerta iraniana dovuto alle sanzioni e dalle minori estrazioni saudite e nigeriane. Le scorte commerciali dell’OCSE sono invece cresciute di 15.800.000 barili ad aprile 2019 (mese su mese), per un totale di 2.883.000.000 barili.

La crescita della domanda globale di petrolio nel 2019 – pari a 1.200.000 b/g – è stata rivista al ribasso per il secondo mese consecutivo, mentre quella nel 2020 è stimata in crescita di 1.400.000 b/g.

Secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 17 giugno 2019, la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista aumentare di 70.000 b/g, per complessivi 8.520.000 b/g, a luglio 2019.

L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino a record di 12.400.000 b/g toccato il 31 maggio 2019, prima di calare nuovamente a 12.200.000 b/g il 28 giugno 2019 (previsioni settimanali).

Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes il 3 luglio 2019, le 963 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 788 (81,8%) sono petrolifere e 174 (18,1%) più 1 mista (0,1%), risultano essere 25 in meno rispetto a quelle rilevate il 7 giugno 2019, il minimo dal 2 febbraio 2018. Il 24 giugno 2019, oilprice.com sottolineava che “La rivoluzione dello shale gas è stata francamente un disastro totale per qualsiasi investitore buy-and-hold nel settore dello shale gas con poche eccezioni limitate. […]. Quasi tutti gli americani hanno beneficiato del gas di scisto, con una grande eccezione, gli investitori di gas shale” ha affermato Steve Schlotterbeck, ex direttore esecutivo di EQT, un gigante dello shale gas, durante una conferenza petrolchimica tenutasi a Pittsburgh.

Ad aprile 2019, le importazioni di greggio da parte degli USA sono incrementate di 226.000 b/g a complessivi 7.025.000 b/g. Quest’ultime erano state 6.759.000 b/g a marzo 2019, 6.652.000 b/g 2019 a febbraio 2019 e 7.520.000 b/g gennaio 2019. Nel corso del 2019, la media dell’import di greggio statunitense è stata di 6.989.000 b/g, in diminuzione rispetto ai 7.757.000 b/g nel 2018, in linea con i 7.969.000 b/g nel 2017.

 

Il trend petrolifero e valutario

A giugno 2019, il prezzo del barile è significativamente aumentato (circa 5,5 $/b). In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto gli scambi a 61,62 $/b e li ha chiusi a 66,71 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 52,97 $/b, chiudendole a 58,20 $/b. Nel momento in cui scriviamo (16 giugno 2019), il Brent viene scambiato a 67 $/b e il WTI a 60.41 $/b.

Sia il prezzo del benchmark per i mercati europeo e asiatico, sia il riferimento americano sono incrementati a causa dei seguenti fattori economici e geopolitici:

1. Dopo essere diminuite a 485.470.000 barili il 7 giugno (minimo dal 1990), le scorte USA sono ulteriormente calate a 469.576.000 barili il 21 giugno (-15.890.400 barili), il maggior declino registrato nelle forniture statunitensi dal settembre 2016. Sulla scia di quest’ultimo dato pubblicato dall’Energy Information Administration il 26 giugno, il WTI ha raggiunto il massimo mensile, scambiando a 59,70 $/b;

2. Dopo avere raggiunto il record estrattivo di 12.400.000 b/g il 31 maggio, l’output USA è decresciuto a 12.100.000 b/g il 21 giugno;

3. Il 20 giugno, la contraerea iraniana ha abbattuto un drone statunitense presso lo Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico. Secondo le informazioni divulgate da Teheran, il drone era entrato nello spazio aereo iraniano. Di converso, Washington ha rivendicato il fatto che il velivolo fosse nello spazio aereo internazionale;

4. A maggio 2019, la Federazione Russa ha ridotto le proprie estrazioni a 11.110.000 b/g, portandole al di sotto del livello stabilito in accordo con l’OPEC+ a dicembre 2018 (11.180.000 b/g). Nello specifico, le forniture russe trasportate attraverso l’oleodotto Druzhba, il quale connette la Russia con l’Europa centrale, si sono ridotte da aprile 2019 a causa del greggio contaminato.

Il 29 giugno, il presidente USA, Donald Trump, ha incontrato il suo omologo cinese Xi Jinping durante il G20 di Tokio. Trump e Xi hanno deciso di riaprire il dialogo in merito all’intesa commerciale tra le due superpotenze economiche. Nel caso in cui riuscissero a conseguire un accordo nel corso delle prossime settimane, esso avrà senza dubbio un impatto positivo sulla domanda petrolifera.

La correlazione positiva che sussiste anche tra il trend della domanda cinese di greggio e il prezzo del Brent (stimata al 79%, ceteris paribus), in aggiunta al prolungamento dei tagli stabiliti dall’OPEC+ a Vienna il 1° luglio 2019, presumibilmente supporteranno il prezzo del barile nel corso della seconda metà dell’anno.

 

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