Petrolio, down and up

A marzo, il prezzo del petrolio è diminuito grazie alla speculazione. Poi a fine mese l'incremento, riconducibile al calo della produzione libica
Petrolio, down and up
06 aprile 18:00 2017 Stampa

A marzo, il prezzo del petrolio è diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 56,28$/b per poi chiuderle a 52,74$/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 53,68$/b e chiuso a 50,65$/b. Sia il benchmark europeo e asiatico, sia il petrolio americano hanno toccato il minimo il 23 marzo, rispettivamente quotando 50,60$/b e 47,63$/b – sostanzialmente, sugli stessi livelli del 30 novembre scorso – in conseguenza del livello record raggiunto dalle scorte di greggio statunitensi, calcolate in 533,1 milioni di barili. Nel corso della prima parte del mese, la speculazione ha provocato un temporaneo calo dei prezzi. Infatti, i fondi coperti, dopo avere accumulato posizioni nette di lungo periodo pari a 951 milioni di barili in data 21 febbraio (10 volte i consumi globali) hanno iniziato ad incassare le loro scommesse, riducendo il rapporto acquisti a lungo/vendite a breve da 10,3:1 a 4,41:1 (equivalente a 422 milioni di barili). L’incremento di prezzo verificatosi alla fine di marzo è invece riconducibile alla produzione libica, la quale è decresciuta di 252mila b/g nei pozzi occidentali di Sharara e Wafa a causa della guerra tra opposte fazioni. Il 15 marzo, la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli ad un range compreso tra 0,75-1%. È interessante osservare che, né il rendimento dei titoli di Stato USA a 10 anni, né il dollaro versus l’euro, si sono rafforzati nel corso della seconda metà del mese. Infatti, il 13 marzo, il decennale USA ha raggiunto il massimo rendimento dal 4 luglio 2014, a quota 2,6258%. Dopodiché, esso è decresciuto, chiudendo il mese a 2,3874%. E ancora, il dollaro, dopo avere quotato 1,0533 €/$ il 1° marzo, ha toccato il minimo del mese a 1,0889 €/$, prima di prezzare 1,0666 €/$ il 31 marzo sulla scia del summit del G20 caratterizzato dal protezionismo dell’Amministrazione Trump. Quali sono le ragioni di tali inusuali trend? Certamente, il mercato – da tempo, in attesa dell’implementazione di politiche monetarie più restrittive da parte della Riserva Federale – aveva già scontato questa opzione nel corso della prima parte del mese. Tuttavia, la Governatrice della FED, Janet L. Yellen, nel corso di un’audizione, ha affermato che la Banca Centrale Americana non condivideva l’ottimismo di chi opera nel mercato valutario e nel business, secondo i quali la crescita economica stava guadagnando velocità: ”The data have not notably strengthened. We have not changed the outlook. We think we’re moving on the same course we’ve been on”. Quindi, la Federal Reserve ha preannunciato l’implementazione di 3 e non più 4 interventi restrittivi sui saggi d’interesse durante l’anno corrente e, in particolare, ha deciso che il primo di essi fosse di soli 25 punti base, un ammontare modesto rispetto a quanto atteso dagli investitori. Queste sono le ragioni che spiegano il lieve calo del rendimento del Bond decennale statunitense e del deprezzamento del biglietto verde nei confronti della moneta unica nel periodo successivo all’intervento della FED. Il dollaro si è deprezzato anche nei confronti del rublo. Nonostante il 24 marzo la Banca Centrale di Russia avesse tagliato i tassi di interesse dal 10% al 9,75%, il 31 marzo la valuta russa ha raggiunto il massimo da un anno nei confronti del biglietto verde, prezzando 55.86 rubli/$ in conseguenza del cosiddetto carry trade. Quest’ultimo consiste dell’indebitarsi in paesi con bassi tassi di interesse solitamente, le economie più avanzate, per poi reinvestire in asset aventi un alto saggio di interesse tipico dei mercati emergenti. Da ultimo, ma non per questo meno importante, la Banca Centrale di Russia ha proseguito nell’accumulo di oro, acquistandone ulteriori 9.3 t, 72 t in più rispetto allo scorso novembre.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Conformemente ai dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato dell’International Energy Agency il 15 marzo, l’offerta globale di petrolio è cresciuta a febbraio di 260mila b/g, raggiungendo i 96.52 milioni b/g, in conseguenza della maggiore produzione, sia dei paesi OPEC, sia non-OPEC. In particolare, l’output di greggio dell’Organizzazione è aumentato di 170mila b/g, toccando i 32 milioni b/g, comunque in conformità del 90% circa rispetto ai tagli stabiliti negli accordi di novembre. Dopo essere diminuite di 120 milioni di barili da agosto 2016 a dicembre 2016, a gennaio, le scorte petrolifere dei membri dell’OCSE sono aumentate di 48 milioni di barili, a 3.030 milioni di barili. Le stime preliminari relative al mese di febbraio suggerisco un nuovo, ma modesto, calo. Secondo i dati forniti del medesimo Report, nel 2016, la domanda globale di petrolio è aumentata di 1.6 milioni b/g mentre, nel 2017, si stima un rallentamento della crescita a 1.4 milioni b/g, comunque al di sopra dell’incremento medio annuo di 1.2 milioni b/d registrato dal 2000 ad oggi. In base alle cifre pubblicate dall’Energy Information Administration il 13 marzo, la produzione non convenzionale statunitense si prevede in crescita di 109mila b/g ad aprile, a 4.962.000 milioni b/g. Dopo il picco di 9.7 milioni b/g raggiunto ad aprile 2015, l’output di greggio USA è crollato al minimo di 8.428.000 milioni b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare sino ai 9.147.000 milioni b/g toccati il 24 marzo 2017. Di fatto, grazie ai dati forniti da Baker Hughes, il numero totale di trivelle USA in azione al 31 marzo – 824 delle quali, 662 (80,3%) petrolifere e 160 (19,4%) gasiere, più 2 miste – sta continuando ad accrescere grazie all’aumento dei prezzi del barile (anno su anno) e ai miglioramenti tecnologico realizzati nel settore. Nonostante la rimessa in funzione di pozzi meno produttivi e con un maggiore prezzo di pareggio, al momento, pare che i frackers siano in grado di affrontare l’aumento dei costi. Ad ogni modo, non è però ancora chiaro se essi avranno la capacità di sostenere ciò per l’intero 2017. Come evidenziato dal CEO di Halliburton, Dave Lesar, di fatto ”Based on current customer demand, we are deploying nearly double the pressure pumping equipment than we originally anticipated reactivating for the entire year and we are bringing that reactivated equipment out in the first six months of the year, instead of over the course of the year”. ”We are adding nearly 30% more equipment to meet increased demand in the first half of the year. This, of course, will also temporarily increase our cost”. Inoltre, sussiste un secondo problema riconducibile alla finanza e in particolare, alle scelte d’investimento. Infatti, il 1° marzo, il gap tra il rendimento dei Titoli ad alto rischio USA e il Titolo decennale USA ha toccato il minimo da luglio 2014 al 3,57%, prima di risollevarsi poco sotto il 4%, comunque meno della metà del rendimento di febbraio 2016. A gennaio 2017, le importazioni di greggio statunitensi sono significativamente cresciute a 8.435.000 milioni b/g, il livello più alto da agosto 2012. Le importazioni di greggio USA hanno raggiunto i 7.887.000 milioni b/g nel 2016, in aumento rispetto ai 7.344.000 milioni nel 2014 e ai 7.344.000 milioni b/d nel 2015. Per quanto concerne il trend relativo al riequilibrio del mercato, esiste una concreta possibilità che l’aumento dell’output di tight oil americano, in aggiunta al nuovo livello toccato dalle scorte USA, possano favorire un’estensione dell’accordo OPEC ben oltre il primo semestre 2017. Allo stesso tempo, è importante sottolineare che l’incremento delle giacenze di greggio è la diretta conseguenza dell’eccesso di barili estratti dall’OPEC prima dell’accordo di novembre 2016, ma giunti sul mercato successivamente. Per tale ragione, il punto critico concernente il mercato del petrolio permane quello messo in luce il 30 novembre scorso da Keith Boyfield, research fellow al Centro di Studi Politici, e cioè, ”how far is this agreement going to be implemented”.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Il 9 marzo 2017, la compagnia italiana ENI ha venduto alla compagnia Americana ExxonMobil il 25% del valore azionario dell’Area 4 (esplorazione), nell’offshore del Mozambico, per un ammontare di 2.8 miliardi di dollari. Quattro anni prima, esattamente il 13 marzo 2013, il Cane a Sei Zampe aveva venduto alla compagnia di Stato cinese CNPC il 20% del pacchetto azionario della medesima Area 4, per un controvalore poco superiore ai 4.2 miliardi di dollari. L’attuale composizione azionaria della joint-venture determinatasi attorno all’Area 4 è quindi la seguente: ENI 25%, ExxonMobil 25%, CNPC 20%, Empresa Nacional de Hidrocarbonetos de Mocambique (ENH) 10%, Kogas 10% e Galp 10%. Il 12 dicembre 2016, ENI aveva venduto alla Rosneft il 30% del valore azionario del campo gasiero di Shorouk per 1.57 miliardi di dollari. Shorouk è sito nell’offshore egiziano precisamente, nel bacino gasifero di Zohr scoperto dalla major italiana nel 2015. Quindi, il 13 febbraio 2017, ENI ha venduto il 10% della partecipazione azionaria del medesimo campo gasiero alla britannica BP. L’A.D. di ENI, Claudio Descalzi, ha riassunto il portato politico di questi accordi con le seguenti parole: ”In un momento in cui tutti stanno vendendo asset produttivi, noi abbiamo venduto asset esplorativi: sono stati riconosciuti unicamente per il loro potenziale. E li abbiamo venduti alle prime 4 società petrolifere al mondo: le prime due indipendenti – l’americana ExxonMobil e la britannica BP – e le prime due nazionali, la cinese CNPC e la russa Rosneft. Se si inquadra la cosa dal punto di vista geopolitico, la valenza delle società in campo e l’interesse nazionale, per l’Italia è un grandissimo passo. È positivo per Eni, scelta come partner di lungo termine, ed è positivo per l’Italia: abbiamo unito Stati che scelgono con cura i Paesi con cui fare affari”. Trattasi di un ulteriore importante passo nell’implementazione della cosiddetta Pax Petrolifera, grazie alla quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo centrale in termini di stabilizzazione, sviluppo ed equilibrio politico non solo nell’area del Mediterraneo, ma anche tra le tre superpotenze nucleari. Tuttavia, se le elites italiane aspirano effettivamente alla realizzazione di tale obiettivo – in prospettiva, l’alba di un nuovo G4 – dovranno perseguirlo con forza. Per tale ragione, suggeriamo di dare seguito con azioni politiche concrete alle affermazioni fatte dal Ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, durante l’Atlantic Council, a Washington, lo scorso 23 marzo: ”E’ del tutto chiaro ed evidente che il nostro approccio e le sanzioni alla Russia non sono un automatismo e neanche il fine, poiché sono il mezzo per realizzare un accordo sull’Ucraina e non sono automatiche perché essendo uno strumento non si possono automaticamente rinnovare. Quindi il mio auspicio è che ciò che consideriamo acerbo nella primavera del 2017 possa essere maturo l’anno prossimo e che dunque questo possa essere l’ultimo G7 e si ricominci con i G8”.

Demostenes Floros

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