Petrolio, il barile oscilla sopra i 50 dollari

A fare la differenza sui prezzi, ancora una volta, potrà essere l'impennata della produzione statunitense
Petrolio, il barile oscilla sopra i 50 dollari
24 febbraio 11:30 2017 Stampa

Il Brent Crude North Sea ha aperto a 55,64 $/b e ha chiuso a 55,48 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 52,48 $/b e ha chiuso a 53,32 $/b. A gennaio i prezzi del petrolio sono rimasti stabili sopra i 50 $/b (dollari al barile) grazie al pieno rispetto del programma di riduzione dell’offerta da parte dei paesi OPEC e non OPEC, al quale si aggiunge il deprezzamento del dollaro rispetto alle principali valute mondiali (euro, yen, rublo e sterlina). Entrambe le qualità, Brent e WTI, hanno toccato i loro valori minimi il 10 gennaio, rispettivamente a 53,62 $/b e 50,75 $/b perché gli hedge fund, dopo aver ammassato posizioni speculative al rialzo nette equivalenti a 796 milioni di barili nell’ultima settimana di dicembre, hanno iniziato a incassare i propri ricavi. Ciò nonostante, la finanza non ha innescato un calo dei prezzi nella seconda metà del mese come temuto da Ole Hanse, responsabile della strategia sulle materie prime di Saxo Bank. Dal 30 novembre, il barile ha guadagnato all’incirca il 15% di valore. I sauditi, che avrebbero dovuto ridurre la propria produzione di 486.000 barili al giorno fermandosi a 10,058 milioni di barili al giorno (mbg), stanno già pompando meno di 10 mbg, secondo quanto dichiarato dal loro Ministro del Petrolio, Al Falih, durante l’Atlantic Council Global Energy Forum tenutosi ad Abu Dhabi il 13 gennaio. Al momento della redazione dell’articolo, il livello di riferimento europeo e asiatico si è attestato a 56,85 $/b, mentre il livello di riferimento americano era quotato a 53,79 $/b. Dopo aver chiuso il 2016 a 1,0541 €/$, a inizio gennaio l’apprezzamento del dollaro sull’euro ha raggiunto 1,0385 €/$, esattamente il 3 gennaio. Successivamente la banconota verde ha invertito la propria tendenza rispetto alla valuta europea toccando l’1,0755 il 31 gennaio, il valore minimo dall’8 dicembre. L’andamento è riconducibile al discorso di inaugurazione della presidenza statunitense durante il quale Donald Trump ha messo in luce la propria politica economica protezionista. Come spiegato dall’economista Vito Lops, il dollaro ha guadagnato l’8% sull’euro dall’8 novembre 2016 (giorno dell’elezione di Trump) fino al 6 gennaio 2017 a causa delle sue promesse di aumentare il finanziamento della spesa pubblica in disavanzo e ridurre la tassazione di quelle società che rimpatriano i capitali detenuti all’estero. Adesso sembra che il mercato abbia ritenuto ”il bicchiere mezzo vuoto” e che la tendenza al ribasso sia legata al fenomeno del protezionismo. Per lo stesso motivo, il 24 gennaio il rublo – la cui tendenza dipende principalmente dal petrolio – ha raggiunto il proprio picco in 18 mesi contro il dollaro, attestandosi a 59,22 rubli/$ prima di chiudere il mese a quota 59,90 rubli/$.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo i dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato il 19 gennaio 2017, le forniture petrolifere globali sono calate di più di 0,6 mbg a dicembre, scendendo dal massimo storico registrato di 98,2 mbg, toccato a novembre, a causa della ridotta produzione sia OPEC che non OPEC. In particolare, la produzione di greggio dell’OPEC (Indonesia esclusa) è scesa di 320.000 barili al giorno, attestandosi a 33,09 mbg dal precedente picco di 34,2 mbg raggiunto a novembre. Nel 2016, si prevede che l’offerta mondiale aumenti di 0,3 mbg rispetto al 2015 per via della produzione record dell’OPEC, che compensa ampiamente il calo di 0,9 mbg della produzione dei paesi non appartenenti all’organizzazione. Inoltre, si stima che nel 2017 le forniture dei paesi non-OPEC aumenteranno di 385.000 barili al giorno, 320.000 dei quali saranno forniti dagli Stati Uniti. Le stime pubblicate dall’OPEC Monthly Oil Market Report il 18 gennaio 2017 hanno confermato quest’ultima tendenza, anche se la previsione di aumento totale si attesta intorno a 23.000 barili al giorno. La crescita della domanda petrolifera globale per il 2016 è prevista in aumento di 1,5 mbg (secondo la stima precedente era di 1,4 mbg), in leggero rallentamento a 1,3 mbg nel 2017. Dall’inizio di questo secolo, il tasso di crescita medio della domanda è stato di 1,2 mbg. Ancora una volta, la Cina sarà il motore della domanda petrolifera futura. In particolare, l’impresa statale CNPC ha calcolato che nel 2017 il consumo cinese di greggio raggiungerà il record di 11,88 mbg, pari a un aumento del 3,4% su base annua. Inoltre, le importazioni di petrolio aumenteranno del 5,3%, attestandosi a 7,95 mbg. In base ai dati pubblicati dall’Energy Information Administration il 17 gennaio, nel mese di febbraio 2017 è previsto un aumento di 41.000 barili al giorno della produzione statunitense non convenzionale, che dovrebbe attestarsi a 4,748 mbg. La produzione di greggio statunitense, dopo il picco di 9,7 milioni di barili al giorno registrato nell’aprile 2015, ha raggiunto i valori minimi a 8,428 mbg il 1° luglio. È poi tornata ad aumentare fino a 8,960 mbg, raggiunti il 20 gennaio 2017. Infatti, secondo i dati forniti da Baker Hughes, l’attuale numero totale di piattaforme statunitensi – 712, di cui 566 (79,5%) piattaforme petrolifere e 145 (20,4%) di gas, più 1 mista al 6 gennaio – è tornato a crescere grazie all’aumento dei prezzi del petrolio. Nel mese di novembre le importazioni statunitensi di greggio hanno superato 8 mbg (8,054 mbg) per la quinta volta nel 2016, nonostante l’aumento della produzione petrolifera totale. Nonostante ciò, l’importazione media di greggio americana si è attestata a 7,879 mbg nei primi undici mesi del 2016, in aumento rispetto ai 7,344 mbg importati nel 2014 e ai 7,363 mbg nel 2015. Sebbene la maggior parte degli analisti del mercato energetico preveda un’impennata della produzione petrolifera statunitense nel 2017 intorno a 9 mbg, i fracker potrebbero trovarsi ad affrontare due tipi di problemi. Il primo è legato alla produzione: quella non convenzionale statunitense sta aumentando a poco a poco, di conseguenza i fracker avranno bisogno di riportare in uso pozzi meno produttivi e con costi di break-even superiori rispetto a quelli sfruttati attualmente. Secondo il Wall Street Journal, i costi del tight oil statunitense sono aumentati in misura del 10-20% dall’inizio di questo inverno. Nei prossimi mesi, i produttori non convenzionali statunitensi si adatteranno alla situazione o avranno bisogno di prezzi ancora più alti, come qualcuno sembra sperare? Di fatto, il Ministero del Petrolio saudita, Khalid Al Falih, durante il World Energy Forum di Davos, ha affermato, “Quelli recentemente sfruttati in Nord America sono i più produttivi. Con l’aumento della domanda, passeranno a quelli più costosi, più difficili e meno redditizi. Scopriranno di aver bisogno di prezzi più alti‘. Il secondo problema riguarda i finanziamenti. Stando a quanto riportato da Bloomberg, ”gli acquirenti di obbligazioni corporate rischiose si trovano in una posizione precaria a inizio 2017. Vengono dal miglior anno in termini di rendimenti dal 2009, con un guadagno del 17,5% dell’ultimo anno che è stato in gran parte alimentato dalla ripresa dei prezzi petroliferi. Molti operatori scommettono che il periodo positivo si protrarrà, ma è tutt’altro che sicuro”. Ora che gli interessi legati alle obbligazioni spazzatura emesse dal settore energetico sono in calo – mentre la Federal Reserve ha aumentato i propri tassi di interesse – il differenziale di rendimento tra le due diverse obbligazioni si sta contraendo a meno del 4%.

Geopolitica del gas naturale

Nel 2016, Gazprom ha prodotto 419 Gmc3 di gas naturale (potere calorifero pari a 37,38 MJ/mc), con un aumento della produzione del 2,3% rispetto al 2015. Allo stesso tempo, le esportazioni di gas in Europa (Turchia inclusa) hanno raggiunto 179,3 Gmc3 (+12,5%), un record sia per l’Unione Sovietica che nell’epoca della Russia moderna, ha affermato l’amministratore delegato, Alexey Miller, durante una teleconferenza in occasione della la vigilia di Capodanno. Erano pari a 158,6 Gmc3 nel 2015 e 146,6 Gmc3 nel 2014. Il precedente picco di 161,5 Gmc3 era stato toccato nel 2013.

Quali sono le questioni più rilevanti che emergono da questi dati?
– Dal 2015 al 2016 la quota di Gazprom nel mercato europeo del gas è cresciuta del 3%, raggiungendo il 34% e pertanto consolidando il proprio ruolo di primo fornitore nonostante tutti i tentativi attuati dall’Unione Europea per diversificare le proprie fonti.

– Questo successo è dovuto a diversi fattori, come la politica di investimento continuo e, in particolare, la politica dei prezzi. Il prezzo dei contratti a lungo termine di Gazprom ammonta in media a 170 $/Gmc3, mentre i prezzi spot sono superiori a 200 $/Gmc3. Il prezzo del gas russo attualmente è inferiore a quello spot in quanto è correlato a quello del petrolio, di conseguenza i prezzi del gas stanno ponendo fine ai bassi prezzi del barile quotati durante la prima metà del 2016. Detto questo, la polemica tra indicizzazione e prezzi spot è ancora in corso, come sottolineato da Sergey Komlev, Direttore della divisione Contract Structuring and Price Formation di Gazprom, nel suo report The Best Remedy for Market Failure in the Natural Gas Industry;

– Il gas di scisto statunitense, del quale è iniziata la negoziazione sui mercati internazionali sotto forma di GNL, non ha limitato l’acquisto del gas russo come speravano molti politici dell’UE. Al contrario, sembra che il gas di scisto americano stia prendendo la direzione del mercato asiatico, caratterizzato da una solida domanda e da prezzi più elevati (10 $/MBtu) rispetto a quelli europei. Sfortunatamente non possiamo escludere che nel prossimo futuro questa situazione possa supportare una tendenza al rialzo anche dei prezzi spot europei.

In conclusione, dopo aver sancito la cosiddetta Pax Petrolifera vincendo la guerra in Siria, sembra che la Federazione Russa abbia segnato un altro punto a proprio favore. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, deve assolutamente tenerne conto durante l’auspicabile incontro futuro con la sua controparte, Vladimir Putin. Allo stesso tempo, come abbiamo chiaramente suggerito all’élite italiana nel nostro ultimo report, il nostro Paese ha un motivo in più per rivestire un ruolo di fondamentale importanza nel Mediterraneo e tra le due superpotenze. Certo, qualcuno a Bruxelles potrebbe non esserne troppo felice.

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