Petrolio, prezzi in salita

Crescita dei prezzi incentivata da tre fattori: crollo delle esportazioni iraniane, calo delle scorte commerciali USA e deprezzamento del dollaro. L'analisi di Demostenes Floros
Petrolio, prezzi in salita
17 settembre 07:40 2018 Stampa

Ad agosto, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 72,53 $/b e le ha chiuse a 77,8 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 67,79 $/b, concludendo a 70,01 $/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent viene scambiato a 79,15 $/b e il WTI a 69.47 $/b a causa dei tumulti in Libia.

Nel corso della prima metà del mese, sia il Brent, sia il WTI sono stati scambiati ai minimi da dieci settimane a questa parte, per le seguenti ragioni:

1. Le ritorsioni della Cina alle misure economiche degli USA hanno acuito le tensioni tra le due principali superpotenze economiche, il che potrebbe influenzare la futura domanda di petrolio;

2. La forte svalutazione della Lira turca potrebbe condurre il paese alla recessione con conseguente ricaduta sulla domanda petrolifera;

3. Secondo l’Oil Monthly Report pubblicato dall’International Energy Agency il 10 agosto, “le preoccupazioni attinenti la stabilità dell’offerta si sono in parte raffreddate per lo meno, al momento. Sono stati registrati incrementi nella produzione soprattutto, da parte dell’Arabia Saudita e dalla Russia, oltre una parziale, ma fragile ripresa in Libia” ;

4. In conformità con lo U.S. Energy Information Administration, le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di 6,810,000 barili, passando da 407,389,000 barili a 414,194,000 barili.

Nello specifico, il 15 agosto, il riferimento asiatico ed europeo ha toccato il minimo a 70,83 $/b. Il giorno successivo, la qualità americana è calata a 64,83 $/b, il prezzo più basso registrato nell’intero mese.

Durante la seconda metà di agosto, i prezzi del barile sono invece fortemente aumentati in virtù dei seguenti aspetti:

1. Il crollo delle esportazioni iraniane, le quali sono calate da 2,320,000 b/g a luglio a 1,680,000 b/g (stime preliminari di Platts) a metà agosto, in aggiunta agli scioperi verificatisi nei giacimenti della Total, siti nel Mare del Nord, potrebbero frenare l’offerta;

2. Il calo delle scorte commerciali USA, diminuite da 414,194,000 barili a 405,792,000 barili;

3. Il deprezzamento del biglietto verde che ha reso gli assets denominati in dollari più attraenti per gli investitori. In particolare, la valuta americana ha perso terreno nei confronti dell’euro, deprezzandosi da 1,1321 €/$ il 15 agosto a 1,171 €/$ il 28 agosto.

In merito alle esportazioni dell’Iran, è interessante evidenziare che le importazioni dell’India dalla Persia sono decresciute da 700,000 b/g a luglio agli attuali 200,000 b/g, a causa dei timori dovuti alle cosiddette sanzioni secondarie imponibili dagli Stati Uniti.

Al contrario, la Cina – che è il primo acquirente di petrolio iraniano (l’India era il secondo) – non ha minimamente ridotto le proprie importazioni da Teheran mentre le prime consegne di greggio alla Cina grazie ai contratti petro-yuan sono fissate per settembre.

La Banca Centrale di Russia ha incrementato in maniera consistente la quota di yuan detenuta nelle proprie riserve, portandole dall’1% nel terzo trimestre del 2017 al 2,8% nel quarto trimestre 2017 (la media globale è dell’1,4%). A luglio, l’Istituto russo ha inoltre accumulato ulteriori 26,1 t di oro fisico, portando il proprio patrimonio aurifero totale a 2.170 t (Fonte: IMF).

Nel contempo, la percentuale di dollari detenuti nelle riserve russe è decresciuta dal 46,5% al 45,8%. “L’aumento della quota di assets denominata in yuan, sebbene ancora relativamente bassa, riflette la volontà russa di diversificazione dalle principali valute” [dollaro, euro, sterlina, yen], ha sostenuto Piotr Matys, analista presso la Rabobank. Tuttavia, “non sarà semplice per la Russia ridurre in maniera significativa la quota di dollari detenuta nelle proprie riserve dal momento che il biglietto verde è ancora una delle valute più liquide”.

 

Ultimi dati e stime sull’oil & gas
Secondo i dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato dall’International Energy Agency il 10 agosto, l’offerta petrolifera globale è aumentata di 300.000 b/g a luglio, raggiungendo i 99.400.000 b/g, 1.100.000 b/g in più rispetto allo stesso periodo dell’anno trascorso. Nel contempo, la produzione di greggio dell’OPEC è rimasta sostanzialmente invariata a 32.180.000 b/g.

Le scorte commerciali dei paesi OCSE sono diminuite di 7.200.000 b/g a giugno per complessivi 2.823.000.000 barili, 32.000.000 barili sotto la media degli ultimi 5 anni.

L’IEA stima la domanda globale di petrolio in crescita di 1.400.000 b/g nel corso del 2018 (stima invariata rispetto alla precedente).

Conformemente al Drilling Productivity Report pubblicato dall’Energy Information Administration il 13 agosto, la produzione non convenzionale statunitense è prevista in crescita di 93.000 b/g a settembre, per complessivi 7.522.000 b/g.

L’output di greggio degli USA, dopo avere raggiunto il picco di 9.627.000 b/g ad aprile 2015, è decresciuto sino al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare sino a raggiungere gli 11.000.000 b/g toccati il 13 luglio 2018 e mantenuti lungo l’intero mese di agosto (previsioni settimanali).

Secondo le cifre fornite da Baker Hughes il 31 agosto, le 1.048 trivelle attive negli Stati Uniti, delle quali 862 (82,3%) sono petrolifere e 184 (17,6%) sono gasiere più 2 miste (0,1%), sono rimaste invariate rispetto a quelle conteggiate il 27 luglio.

A giugno, le importazioni di greggio USA sono significativamente aumentate a 8.480.000 b/g (record mensile nel 2018). Quest’ultime erano 7.825.000 b/g a maggio, 8.244.000 b/g ad aprile, 7.616.000 b/g a marzo, 7.493.000 b/g a febbraio e 8.012.000 b/g a gennaio. Nel corso della prima metà del 2018, gli Stati Uniti hanno mediamente importato 7.945.000 b/g. Nel 2017, la media delle importazioni USA è stata di 7.912.000 b/g, leggermente superiore rispetto ai 7.850.000 b/g raggiunti nel 2016, in rialzo se paragonata ai 7.344.000 b/g importati nel 2014 e ai 7.363.000 b/g nel 2015.

In conformità con le stime preliminari dell’EIA, le esportazioni petrolifere USA sono invece diminuite a 1.155.000 b/g a metà agosto, il minimo da gennaio 2018, nonostante un contemporaneo calo delle esportazioni iraniane. In realtà, i barili statunitensi non hanno sostituito quelli iraniani nella misura in cui essi esprimono una differente qualità di greggio, contenente un diverso ammontare di zolfo.

 

Geopolitica del petrolio e del gas naturale
Conformemente ai dati riportati dal Ministero dell’Energia russo, la produzione di petrolio della Federazione Russa ha raggiunto gli 11.215.000 b/g nel corso dei mesi di luglio e agosto, in aumento di 148.000 b/g da giugno. Come evidenziato da Oilprice.com, tale output è prossimo al record post sovietico conseguito a ottobre 2016, il mese base utilizzato per calcolarere i tagli produttivi.

In merito al mercato petrolifero, il 5 settembre, il vice Presidente della Lukoil, Leonid Fedun, ha affermato che la major russa e l’ENI stanno lavorando al fine di creare una joint venture, la quale opererà nell’upstream(esplorazione e produzione) dell’off-shore (di mare aperto) del Messico entro la fine del 2019.

In estate, le forniture di gas naturale russo all’Unione europea sono cresciute ad un livello record per la stagione, rifornendo fino a 513 milioni mc3 al giorno durante le prime due settimane di giugno.

In particolare, nel corso dei primi 7 mesi del 2018, Gazprom ha esportato in Europa il 5,8% in più di gas naturale rispetto allo stesso periodo del 2017 (a sua volta, anno record), in virtù di una ripresa dell’attività economica nel cosiddetto Vecchio Continente e soprattutto, in conseguenza del declino della produzione interna europea specialmente, in Olanda (giacimento di Groeningen).

Questi dati – indubbiamente molto positivi per il colosso russo – sono accompagnati da una chiara strategia messa in campo dalla major gasiera, la quale ruota attorno alla costruzione di tre infrastrutture: il Nord Stream II, il Turkish Stream e il Power of Siberia.

Il 5 settembre, Gazprom ha comunicato l’inizio della posa del gasdotto Nord Stream II, presso il Golfo di Finlandia. La pipeline avrà una capacità di trasporto annua massima pari a 55 Gmc3 e sarà operativa entro la fine del 2019. Sulla scia del meeting tra la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il Presidente russo, Vladimir Putin, tenutosi a Meseberg (Berlino) alla fine di agosto, l’impressione è che l’imposizione di eventuali ulteriori sanzioni da parte degli USA non dovrebbero bloccare la costruzione del sopracitato progetto, mentre le parti direttamente interessate ad esso (Federazione Russa ed Ue) potrebbero trovare una sorta di mediazione tra i differenti interessi in campo “ad esempio, promettendo l’acquisto di un modesto ammontare di gas americano” e “mantenendo funzionanete la pipeline attraverso l’Ucraina”, come scritto dal giornalista Evgeny Utkin.

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Nel contempo, Gazprom ha ufficializzato che la posa dei tubi della seconda linea del Turkish Stream – la quale rifornirà i consumatori del Sud e Sud-Est Europa con 15,75 Gmc3 annui – è giunta nella zona economica esclusiva della Turchia, dopo avere completato il tratto della ZEE russa. A metà agosto, durante una visita a Bakù, la Merkel aveva sostenuto che “l’Azerbaijan è importante per la diversificazione delle forniture energetiche dell’Unione europea”. Difficile credere che la Cancelliera tedesca non fosse a conoscenza del fatto che l’Azerbaijan potrebbe approvvigionare l’Ue e la Turchia con al massimo 16/18 Gmc3 di gas naturale all’anno. In base al BP Statistical Review 2018, la somma dei consumi di Ue, Turchia e Svizzera ha approssimativamente raggiunto i 560 Gmc3 di gas annui nel corso del 2017 (potere calorifico equivalente a 39 MJ/mc).

Inoltre, il raggiungimento di un accordo sullo sfruttamento delle risorse del Mare Caspio da parte di Federazione Russa, Kazakhstan, Turkmenistan, Iran e Azerbaijan all’inizio di agosto ha reso la costruzione del gasdotto Trans Caspian Pipeline quasi impossibile negli anni a venire. Tale pipeline avrebbe connesso la costa Est del Mar Caspio (Turkmenistan) con quella Ovest (Azerbaijan), “permettendo al gas turkmeno d’essere finalmente venduto in Europa (Turchia inclusa) attraverso il Corridoio Meridionale e i gasdotti TANAP e TAP”, come messo in evidenza da Nicolò Sartori.

Da ultimo, ma certamente non di minore importanza, il 6 settembre, Gazprom ha annunciato che la pipelinePower of Siberia – la quale rifornirà la Cina con 38 Gmc3 di gas annui a partire dalla fine del 2019 – è stata completata per il 93% della propria estensione di circa 3.000 km.

Il 16 marzo 2014, dopo il referendum di Crimea, l’ex Presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, declassò la Federazione Russa a “potenza regionale”. Nonostante i diversi tentativi di limitare il ruolo geopolitico della Russia attraverso le guerre in Ucraina e Siria, l’impressione è che Mosca stia portando avanti con vigore la propria strategia vincente in Eurasia, la cui colonna portante è senza dubbio incarnata dall’energia.

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