Prezzo del petrolio, il peso dell’industria e della geopolitica

Il moderato recupero dei prezzi del barile, nell'ultima settimana di giugno, è stato dovuto al calo delle scorte USA di greggio e di benzine, ma la tendenza resta ribassista
Prezzo del petrolio, il peso dell’industria e della geopolitica
18 luglio 12:00 2017 Stampa

A giugno, il prezzo del petrolio è diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 50,25$/b per poi chiuderle a 47,90$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 48,18$/b e chiuso a 46,20$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent sta prezzando a quota 46,88$/b, e il WTI a 44,47$/b sulla scia del primo dato settimanale di luglio relativo alla produzione USA, la quale mostra un nuovo aumento a 9.338.000 b/d.

Il 21 giugno, sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello statunitense hanno toccato il minimo da 8 mesi a questa parte, rispettivamente quotando 44,79$/b e 42,25$/b a causa delle seguenti ragioni:

  1. Nel corso della prima parte del mese, le scorte globali di petrolio (area OSCE) hanno nuovamente superato i 3 miliardi di barili. Specialmente negli Stati Uniti, dopo essere calate di 25.600.000 di barili durante gli ultimi due mesi, esse sono inaspettatamente aumentate;
  2. Nigeria e Libia – le quali sono escluse dagli accordi di novembre 2016 – hanno incrementato le proprie estrazioni, apportando nel mercato ulteriori 375.000 b/g;
  3. Il 16 giugno, l’output statunitense ha raggiunto i 9.350.000 b/g per la prima volta da agosto 2015 grazie alla tecnica estrattiva del fracking.

Il moderato recupero dei prezzi del barile verificatosi durante l’ultima settimana di giugno è stato dovuto al calo delle scorte USA di greggio e di benzine rispettivamente, per un ammontare di 2.500.000 barili e 578.000 barili secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration. Nel contempo, la produzione statunitense è diminuita di 100.000 b/g, portando momentaneamente l’output complessivo a 9.250.000 b/g.

A giugno – nonostante la Federal Reserve abbia incrementato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli in un range compreso tra 1-1,25% il 15 giugno – il tasso di cambio €/$ ha aperto le contrazioni a 1,1219 €/$ e le ha chiuse a 1,1417 €/$. Dopo il primo rialzo dei saggi implementato dalla FED il 15 marzo scorso, questo secondo incremento era ampiamente atteso dal mercato. Il deprezzamento del dollaro verificatosi nella seconda metà del mese è quindi probabilmente riconducibile al fatto che gli investitori hanno ipotizzano un futuro rafforzamento della politica monetaria da parte dell’Istituto Centrale meno marcato rispetto a quanto previsto all’inizio del 2017 a causa di un insieme di parametri macroeconomici – ad esempio, il trend dei consumi che compongono i 2/3 del PIL USA – i quali mettono in luce che la locomotiva statunitense non goda di ottima salute. Ciò nonostante, il rendimento relativo al 10-Year U.S. Treasury Debt è comunque aumentato dal 2.1256% registrato il 14 giugno, al 2.3037% del 29 giugno.

Il calo dei prezzi del barile ha solo in parte messo sotto pressione il rublo. Infatti, il cambio rublo/$ ha aperto le contrattazioni mensili a 56.62 rublo/$ per chiuderle a 58.96 rublo/$. Detto ciò, è opportuno sottolineare che la Banca Centrale Russa, il 23 giugno, ha tagliato i saggi di 25 punti base, portandoli dal 9,25% al 9% dal momento che la Governatrice, Elvira Nabiullina, ha confermato che l’inflazione annuale è prossima all’obiettivo lungamente perseguito del 4%. Per di più, secondo quanto affermato dal Ministro delle Finanze della Federazione Russa, Anton Siluanov, il bilancio della Russia è sempre più indipendente dalle oscillazioni del prezzo del petrolio e pure il deficit fiscale al netto dell’energia è calato: “vediamo come il disavanzo di bilancio, calcolato al netto degli introiti generati da gas e petrolio, è sceso. Ciò mostra la stabilità del nostro bilancio ai vari cambiamenti del contesto economico esterno”.

Dati e stime sui paesi OPEC e non-OPEC

In conformità con i dati forniti dall’Oil Market Report, pubblicato dall’Energy Information Administration il 14 giugno, l’offerta globale di petrolio è aumentata di 585.000 b/g a maggio, raggiungendo i 96.690.000 b/g dal momento che, sia i produttori OPEC, sia non-OPEC hanno ampliato i rispettivi output. In particolare, quello OPEC è incrementato di 290.000 b/g per un totale di 32.080.000 b/g in conseguenza dell’aumento produttivo di Libia e Nigeria. I restanti membri del Cartello hanno osservato per il 96% circa gli accordi relativi ai tetti produttivi stabiliti a novembre 2016.

Nel 2017, la domanda globale di oro nero è stimata in crescita di 1.300.000 b/g. Secondo le cifre fornite dal Drilling Productivity Report, pubblicato dall’Energy Information Administration il 12 giugno, l’output non convenzionale statunitense è previsto in aumento di 127.000 b/g nel corso del mese di luglio, per un totale di 5.475.000 b/g. La produzione di greggio USA, dopo il picco di 9.627.000 b/g raggiunto nell’aprile 2015, è diminuita sino al minimo di 8.428.000 toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, essa ha ripreso a crescere sino ai 9.350.000 b/g estratti il 16 giugno 2017 ma, per la prima volta da giugno/luglio 2016, è inaspettatamente calata per un ammontare di 100.000 b/g. Di fatto, in base ai dati forniti da Baker Hughes, anche il numero totale delle trivelle USA in azione al 30 giugno – 940 delle quali, 756 (80.4%) petrolifere e 184 (19.6%) gasiere – sono diminuite per la prima volta da gennaio 2017.

Ad aprile 2017, le importazioni USA di greggio sono aumentate a 8.131.000 b/g. Erano 8.048.000 b/g a marzo, 7.890.000 b/g a febbraio e 8.435.000 b/g a gennaio (record da agosto 2012). Attualmente, la media delle importazioni USA di greggio nel corso del 2017 ammonta a 8.126.000 b/g ed è nettamente in crescita se confrontata ai 7.877.000 b/g nel 2016, a sua volta in aumento rispetto ai 7.344.000 b/g importati nel 2014 e ai 7.363.000 b/g nel 2015. Questi dati devono però essere confrontati con il record delle esportazioni USA di petrolio (soprattutto, prodotti raffinati) le quali, nel corso dell’ultima settimana di maggio, hanno raggiunto 1.300.000 b/g. Per di più, è interessante osservare che le scorte statunitensi – uno degli indicatori più importanti che il mercato pare oggi analizzare al fine di determinare il trend del prezzo del barile – diminuiscono con difficoltà mentre, nel contempo, le importazioni di greggio USA sono in aumento. L’impressione quindi è che il mercato presti attenzione a certi dati reali e invece ne trascuri altri.

In conclusione, nonostante l’output non convenzionale statunitense sia cresciuto da ottobre 2016 ad oggi, alcune nubi incombono all’orizzonte. Sulla base dello studio pubblicato il 3 maggio da Amir Azar, ricercatore presso lo U.S. Center on Global Policy, i costi finanziari sostenuti da un numero significativo di piccole e medie imprese statunitensi operanti nella fratturazione idraulica potrebbe risultare insostenibile. Di fatto, quest’ultimi rappresentano una fetta stimata tra il 20% e il 35% dei costi totali gravanti sugli operatori del fracking. Per di più, le considerazioni di Azar sono state avanzate anteriormente all’ultimo rialzo dei tassi di interesse operato della FED.

Nel contempo, i costi di produzione relativi all’utilizzo della sabbia e al noleggio degli impianti di perforazione – in aggiunta alla rimessa in funzione di pozzi meno produttivi e aventi un punto di pareggio superiore rispetto a quelli attualmente sfruttati – stanno anch’essi aumentando mentre gli incrementi di produttività nel settore sono oramai nulli pure nel Permian Basin.

Il_gasdotto_del_dialogo

Crisi del Golfo Persico, il ruolo dell’energia

Il 5 giugno, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e lo Yemen hanno interrotto i rapporti diplomatici con il Qatar ufficialmente, a causa dei legami tra Doha e alcune organizzazioni terroristiche. In realtà, qual è la motivazione politica che giace dietro a tale scelta? E ancora, l’energia gioca un ruolo chiave in tale conflitto geopolitico? Da ultimo, ma non per questo di minore importanza: è possibile individuare un nesso tra il discorso pronunciato da Trump dinanzi agli Stati Arabi, a Riad, il 21 maggio scorso, e codesta crisi che sta coinvolgendo sempre più anche l’Iran? In primo luogo, onde rispondere a tali quesiti è necessario individuare il “bandolo della matassa‘, il quale risiede nella vittoria dell’esercito regolare siriano fedele al Presidente Bashar al-Assad – con il supporto militare di Iran, Hezbollah e in particolare, della Federazione Russa – nella guerra in Siria. Di contro, le Petromonarchie come l’Arabia Saudita, gli EAU e il Qatar, le quali hanno finanziato vari gruppi jihadisti – dai cosiddetti “ribelli moderati‘ alla Fratellanza Musulmana come pure l’ISIS e al-Nusra – sono uscite sconfitte dal conflitto militare con la conseguenza che, al presente, necessitano di ridisegnare quanto prima la propria strategia di politica estera. Questa è la principale ragione che ha portato all’esplosione di una serie di interessi divergenti tra Stati che per di più sono membri dell’OPEC.

In secondo luogo, non c’è alcun dubbio in merito al fatto che l’energia giochi un ruolo centrale e che il Qatar sia un produttore, sia di petrolio, sia di gas. Come membro dell’Organizzazione OPEC, esso estrae approssimativamente 620.000 b/g, ma è la ricchezza derivante dalla vendita del gas naturale liquefatto che ha permesso al paese una politica estera autonoma, indipendente dai sauditi, grazie al fatto che il Qatar è il principale esportatore di GNL al mondo con 77.200.000 t nel 2016 – equivalente a 1/3 dell’offerta globale – secondo i dati forniti dall’International Gas Union. In merito al rapporto con l’Italia, con 5.8 Gmc3 di gas approvvigionati nel 2016, il Qatar è divenuto il terzo fornitore dello Stivale dopo la Federazione Russa (27 Gmc3) e l’Algeria (19.1 Gmc3) secondo i dati pubblicati dal Mise.

A dicembre 2016, scrivemmo che la compagnia petrolifera russa Rosneft aveva ceduto il 19,5% del proprio capitale azionario ad un consorzio costituito dalla Glencore e dal Qatar Investment Fund (QIF) per un ammontare di 10.500.000.000 € (11.300.000.000 $) grazie al supporto finanziario garantito da un pool di istituti di credito (incluse banche russe) capitanate dall’italiana Intesa Sanpaolo. Da un punto di vista geopolitico, è importante ribadire che questo investimento finanziario fu reso possibile per il fatto che la Federazione Russa ha vinto la guerra in Siria mentre il Qatar ha deciso di abbandonare al loro destino una serie di organizzazioni terroristiche in conseguenza del tentativo fallito di spodestare il Presidente al-Assad.

Nel contempo, la Russia ha raggiunto due obiettivi: il Qatar, da nemico militare sul campo, è divenuto partner economico. Inoltre, il Cremlino ha “inestricabilmente unificato le politiche energetiche dei due principali produttori [esportatori] di gas naturale al modo‘ come ha avuto modo di evidenziare Thierry Meyssan, già membro dei servizi francesi. E ancora, il giacimento gasiero qatariota North Field, il quale rifornisce il paese di tutto l’“oro blu‘, è condiviso con l’Iran. Quindi, se per un verso Doha ospita lo U.S. Central Command dall’altro, deve tenere in considerazione che ha acquisito una partecipazione azionaria nella major petrolifera russa Rosneft per un controvalore di 2.700.000.000 $, oltre ad avere un inseparabile legame con Teheran in campo energetico. Infatti, la recente decisione – al momento, ancora valida – di non tagliare le forniture agli Emirati Arabi Uniti nonostante il conflitto diplomatico in corso tra gli Stati del Golfo, è parte della cosiddetta clausola di “force majeure‘ nell’ambito dell’accordo relativo alla pipeline Dolphin ha affermato Sherida al-Kaabi, Chief Executive della compagnia di Stato Qatar Petroleum. In base a tale contratto, il Qatar pompa quotidianamente 57.000.000 mc3 di gas agli EAU.

Il peso degli Stati Uniti

In merito alla strategia della nuova Amministrazione USA, il Presidente Donald Trump, durante il suo intervento a Riad, il 21 maggio sorso, ha rafforzato nuovamente i legami tra il suo paese e gli Stati Arabi in particolare, con l’Arabia Saudita ma, nel contempo, ha chiesto ai principali alleati mediorientali di porre un freno nel finanziamento ai jihadisti e di focalizzare la propria attenzione nei confronti della minaccia rappresentata dall’Iran. In questa maniera, Trump ha ottenuto due risultati. Per quanto attiene la politica interna, egli ha dimostrato di essere coerente con quanto affermato durante la campagna elettorale in merito al tema del terrorismo, oltre ad incunearsi tra i legami politici esistenti tra i Clinton e l’Arabia Saudita, allentandoli.

Rispetto alla politica estera USA, Trump ha conseguito l’approvazione e il supporto di Israele, il principale rivale dell’Iran nella regione. In verità, il Comandante in Capo degli Stati Uniti d’America non ha alcuna intenzione di stracciare gli accordi sul nucleare iraniano, bensì di creare una sorta di equilibrio geopolitico tra diverse potenze regionali presenti nell’area al fine di dislocare una parte dell’esercito USA – attualmente, sito in Medio Oriente – in direzione del Pacifico e soprattutto, verso la Cina. Di fatto, l’accordo in merito allo sfruttamento del giacimento 11 di South Pars raggiunto dalla francese Total insieme alla cinese CNPC e all’iraniana Petropars sembra confermare che la neo Amministrazione intende rispettare il Piano d’Azione Congiunto Globale.

In conclusione, se il prezzo del barile tocca il minimo da novembre 2016 nonostante l’accordo raggiunto tra OPEC e Federazione Russa in merito ai tagli all’offerta e le tensioni geopolitiche in Medioriente tra Qatar e Petromonarchie hanno un effetto ribassista, la principale ragione è che l’economia reale globale sta rallentando.

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