Prosegue il trend positivo

Tra i fattori principali che hanno innescato la recente crescita dei prezzi, molti sono geopolitici, come le nuove sanzioni USA introdotte contro Teheran, la decrescita delle scorte americane e il caso venezuelano
Prosegue il trend positivo
19 giugno 10:22 2018 Stampa

A maggio, il differenziale di prezzo tra i due principali benchmark petroliferi globali ha oltrepassato gli 11 $/b – il che rappresenta il record negli ultimi tre anni – a causa della crisi iraniana e dell’aumento della produzione di tight oil statunitense. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 73,07$/b e le ha chiuse a 77,62 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 67,47 $/b, chiudendole a 66,99 $/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent viene scambiato a 75,77 $/b e il WTI a 64,94 $/b, sulla scia dei dati relativi alle esportazioni di greggio iraniano le quali, nonostante le sanzioni USA appena introdotte, hanno raggiunto i 2,700,000 b/g a maggio, un livello superiore rispetto alla media dell’ultimo anno.

Il 23 maggio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 79,71 $/b, il livello più alto da novembre 2014, mentre il riferimento americano ha toccato il massimo di 72,63 $/b il 21 maggio.

 

Il forte trend ascendente verificatosi nel corso delle prime tre settimane del mese è stato la diretta conseguenza di fattori riconducibili alla geopolitica e allo stato dell’offerta petrolifera:

1.   L’8 maggio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha dichiarato il ritiro del proprio paese dal Joint Comprehensive Plan of Action, il cui scopo era quello di regolare le attività nucleari dell’Iran, ed ha inoltre introdotto nuove sanzioni contro Teheran;

In merito al mercato del greggio, gli analisti stimano che queste misure potrebbero comportare una diminuzione dell’export iraniano tra i 200.000 b/g e 1.000.000 b/g. Al momento, l’Iran esporta mediamente 2.400.000 b/g;

2.   Il 18 maggio, per la seconda settimana di seguito, le scorte commerciali USA sono decresciute, passando da 435.955.000 barili a 432.354.000 barili;

3.   Nel contempo, secondo un report della Barclays, la produzione di greggio venezuelano scenderà al di sotto di 1,000,000 b/g nei mesi a venire a fronte di 1.500.000 b/g estratti ad aprile;

4.   Il 22 maggio, in seguito alla rielezione di Nicolas Maduro a Presidente, D. Trump ha imposto nuove sanzioni anche contro il Venezuela. Nello specifico, il Presidente USA ha proibito al sistema finanziario Occidentale di acquistare, sia titoli di debito emessi da Caracas, sia titoli della Petroleos de Venezuela SA, la compagnia petrolifera statale del paese Latinoamericano.

Nel corso dell’ultima settimana di maggio, il costo del barile è diminuito in virtù dei seguenti aspetti:

1.   I fondi coperti hanno tagliato le proprie posizioni speculative nette di lungo periodo (acquisto). Secondo l’ICE Futures Europe, il 21 maggio, essi hanno ridotto l’esposizione sul Brent del 3,7%, a 548.555 contratti. Nel contempo, in base ai dati dello U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni nette sul WTI sono diminuite del 6,2%, a 385,283 stipule;

2.   Il 25 maggio, le scorte di greggio USA sono aumentate da 432.354.000 barili a 438.132.000 barili.

In conformità con i dati forniti dall’International Energy Agency, i produttori OPEC e non-OPEC – grazie alla politica dei tagli estrattivi implementata a partire da gennaio 2017 – sono riusciti nell’intento di riassorbire l’eccesso di offerta globale. Infatti, per la prima volta dal 2014, le scorte ammontano ad 1.000.000 barili al di sotto della media degli ultimi 5 anni.

Durante l’International Economic Forum di St. Pietroburgo (SPIEF), svoltosi tra il 24 e il 26 maggio, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha affermato “non siamo interessati a un rialzo all’infinito del prezzo dell’energia e del petrolio. Se mi chiedeste quale sia un prezzo equo, direi che saremmo completamente soddisfatti di 60 $/b”. Qualsiasi prezzo al di sopra di tale soglia “può creare alcuni problemi per i consumatori, con ripercussioni negative anche per i produttori. Che cosa accadrà in seguito dipende dall’accordo sul nucleare iraniano e dagli effetti che produrrà sul mercato energetico mondiale”.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas
Secondo i dati pubblicati dall’Oil Market Report il 16 maggio, l’offerta globale di petrolio si è mantenuta costante ad aprile approssimativamente, attorno ai 98.000.000 b/g. La produzione di greggio dell’OPEC è diminuita di 130.000 b/g – per totali 31.650.000 b/g – a causa del declino dell’output del Venezuela e di alcuni produttori africani.

A marzo, le scorte dell’OCSE sono calate di 26.800.000 b/g a 2.819.000.000 barili, il livello minimo da marzo 2015, ben 214.000.000 barili in meno rispetto ad 1 anno or sono.

Nel 2018, la domanda globale di petrolio è stimata in aumento di 1.400.000 b/g, a complessivi 99.200.000 b/g, leggermente in calo in confronto alla precedente previsione di 1.500.000 b/g in virtù della crescita dei prezzi del barile. “La recente impennata dei prezzi del petrolio avrà delle ripercussioni”, ha sentenziato l’International Energy Agency, mentre il report dell’OPEC permane tuttora maggiormente rialzista dal momento che prevede un incremento della domanda di 1.650.000 b/g.

Conformemente al Drilling Productivity Report pubblicato dall’Energy Information Administration il 14 maggio, la produzione non convenzionale americana è prevista in crescita di 144.000 b/g, per totali 7.178.000 a giugno.

L’output di greggio USA, dopo il picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto sino al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare sino ai 10.769.000 b/g toccati il 25 maggio 2018 (dati settimanali).

Grazie alle cifre fornite da Baker Hughes il 25 maggio, le 1.059 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti – di cui 859 (81,1%, il massimo dal 4 agosto) sono petrolifere, 198 (18,7%) gasiere, più 2 miste (0,2%) – sono 38 in più rispetto ai dati pubblicati il 27 aprile in conseguenza dell’incremento del prezzo del petrolio.

Tuttavia, come anticipato nel nostro ultimo report, non si può escludere che alcuni frackers possano andare incontro a problemi di natura finanziaria dal momento che, lo scorso 17 maggio, il rendimento del 10-year U.S. Treasury ha toccato il 3,112% per la prima volta da gennaio 2014 e la Federal Reserve intende aumentare i tassi di interesse nel corso dei prossimi mesi.

A marzo 2018, le importazioni di greggio USA sono aumentate a 7.616.000 b/g. A febbraio 2018, quest’ultime ammontavano a 7.493.000 b/g e a 8.012.000 b/g a gennaio. Nel 2017, la media delle importazioni statunitensi aveva toccato i 7.912.000 b/g, leggermente in aumento rispetto ai 7.850.000 b/g nel 2016, a loro volta in crescita se rapportate con i 7.344.000 b/g nel 2014 e i 7.363.000 nel 2015.

Ad aprile, grazie ai dati forniti dalla Chinese General Administration of Customs, la Cina ha importato 9.640.000 b/g di greggio, il 4% in più rispetto al mese di marzo 2018, un ammontare superiore anche al precedente record di 9.610.000 b/g registrato a gennaio 2018.

 

Geopolitica del petrolio e del gas naturale
L’impressione è che la maggioranza degli analisti finanziari – così come dei politici – sia giustamente concentrata nel prevedere come la rottura dell’accordo sul nucleare iraniano potrà influenzare i prezzi del barile e l’equilibrio del mercato petrolifero.

Ciò detto, a nostro avviso esiste un altro importante aspetto che dovrebbe farci riflettere e cioè, quale potrebbe essere la principale conseguenza geopolitica del ritiro statunitense dalla stipula sopra citata?

In primo luogo, è fondamentale mettere in evidenza che la Cina acquista il 25% dell’export iraniano di greggio, il quale a sua volta soddisfa l’8% dei bisogni di Pechino, mentre l’Asia è il principale destinatario dei carichi dell’Iran (in termini di ammontare, rispettivamente Cina, India e Sud Corea) seguito dall’Europa.

Secondo Bloomberg, lo yuan oil future emesso dallo Shanghai Stock Exchange l’inverno trascorso potrebbe essere uno degli strumenti utilizzabili dall’Iran al fine di bypassare le sanzioni USA.

Nel contempo, la Cina difficilmente si farebbe sfuggire l’occasione di incrementare il proprio circuito della liquidità – vuoi parallelo, vuoi alternativo al dollaro – con l’obiettivo di incrementare, passo dopo passo, anche la propria influenza strategica.

“Le sanzioni possono potenzialmente accelerare il processo volto ad istituire un terzo benchmark del petrolio”ha sostenuto, Barry White, senior vice president di INTL FCStone, in Singapore.

Non sarà un caso se, durante l’ultima settimana di maggio, lo yuan oil future ha raggiunto i 75,40 $/b – il record in termini di dollari – apprezzandosi più velocemente dei propri rivali Brent and WTI.

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