Trump e le sanzioni all’Iran, cosa succederà ora?

Dopo lo stop alle deroghe alle sanzioni imposte all'export di greggio iraniano, l'Iran annuncia la ripresa dell'arricchimento dell'uranio. In attesa del prossimo meeting dell'OPEC+
Trump e le sanzioni all’Iran, cosa succederà ora?
19 maggio 15:07 2019 Stampa

Il 2 maggio 2019, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha annunciato la fine delle deroghe alle sanzioni imposte all’export di greggio iraniano. L’Iran ha immediatamente risposto concedendo 60 giorni di tempo prima di riprende l’arricchimento dell’uranio. In attesa del prossimo meeting dell’OPEC+ che avrà luogo il 30 giugno 2019, quali sono le principale conseguenze geopolitiche che potrebbero scaturire dalla decisione presa dall’Amministrazione Trump?

In primo luogo, è importante analizzare le probabili contromisure che potrebbe adottare la Federazione Russa, attualmente divenuta il vero ago della bilancia del mercato petrolifero, dopo la vittoria ottenuta nella guerra in Siria. A tal fine è necessario fare un piccolo passo indietro. Il 30 novembre 2016, l’OPEC+ ha ridotto il proprio output di 1.800.000 b/g con lo scopo di incrementare i prezzi del barile, al tempo sotto i 50 $/b. Tale accordo è durato sino a giugno 2018, ottenendo risultati piuttosto positivi per i produttori. Nello specifico, l’OPEC aveva deciso di tagliare le estrazioni di 1.200.000 b/g, fissando il proprio tetto produttivo a 32.500.000 b/g, mentre i produttori non-OPEC – capitanati dalla Russia – avevano diminuito l’output di 558.000 b/g. L’implementazione di tale politica da parte dell’OPEC+ segnò la fine della precedente strategia dell’OPEC che era stata fortemente voluta e perseguita dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati nel Golfo a partire dal 30 novembre 2014. In particolare, essa consistette nell’inondare il mercato petrolifero di greggio con l’obiettivo di fare crollare i prezzi, espellendo dal mercato i produttori con alti costi e mettendo in crisi gli Stati aventi un alto pareggio di bilancio fiscale come l’Iran che in quel momento si trovava sotto il precedente regime sanzionatorio USA (presidenza Obama) e l’embargo petrolifero dell’UE. L’entrata della Federazione Russa nella guerra in Siria il 30 novembre 2015 in favore del Presidente Bashar al-Assad modificò radicalmente i destini del conflitto, determinando anche il sopracitato accordo dell’OPEC+ del novembre 2016, il quale escludeva l’Iran dai tagli in virtù di una esplicita volontà politica imposta dal Cremlino all’Organizzazione dei Paesi Esportatori.

Per queste ragioni è difficile immaginare che la Russia – che ad oggi ha fissato il proprio budget statale a 40 $/b e sta quindi incrementando significativamente la propria rendita – abbandonerà l’Iran al proprio destino senza supportare il prezioso alleato nella regione come pure nel conflitto siriano. Al contrario, è più probabile che la Russia aiuti l’Iran nel trovare intermediari che favoriscano l’esportazione del greggio persiano. Tenuto conto del recente accordo raggiunto dall’OPEC+ il 7 dicembre 2018 (-1.200.000 b/g), che rimarrà in essere almeno sino al prossimo 30 giugno 2019, Vladimir Putin ha dichiarato che alla fine il mercato eviterà il deficit da petrolio iraniano e che l’Iran dovrà comunque essere ancora in grado di venderlo.

In secondo luogo, l’impressione è che la Cina – il principale acquirente di petrolio iraniano al mondo – non sia disposta ad accettare le ultime sanzioni statunitensi imposte all’Iran. “La cooperazione della Cina con l’Iran è aperta, trasparente, ragionevole e legittima e dovrebbe essere rispettata” ha infatti dichiarato il portavoce del Ministro degli Esteri, Geng Shuang, il 21 aprile 2019. In base alle statistiche pubblicate dal Chinese General Administration of Customs, ad aprile 2019, il paese ha importato il record di 10.640.000 b/g. Nel contempo, l’import cinese di greggio iraniano è schizzato a 800.000 b/g, il livello più alto dall’agosto 2019. Il Presidente Trump è disposto a far naufragare le possibilità di un accordo commerciale con la Cina? Secondo il quotidiano “Il Sole 24 Ore”, il 7 e l’8 maggio 2019, il governo cinese avrebbe inviato un chiaro messaggio alla Casa Bianca, astenendosi dal partecipare all’asta dei titoli di Stato. Così facendo, il rendimento del T-bond USA è salito al 2,479% rispetto al 2,46% previsto (il massimo incremento dall’agosto 2016).

A prescindere dall’effettivo peso derivante da quest’ultimo aspetto, l’impressione è che il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, abbia fatto molte pressioni su Pompeo, sia in merito alla fine delle deroghe alle sanzioni, sia rispetto al tema della sovranità delle Alture del Golan nel corso del loro ultimo incontro tenutosi il 20 marzo 2019 a Gerusalemme. Tuttavia, gli interessi israeliani e statunitensi non sempre coincidono. Trump deve infatti tenere conto che un attacco israeliano e saudita nei confronti dell’Iran significherebbe anche un’aggressione alla cosiddetta Via della Seta cinese, di cui l’Iran (come la Siria) è uno snodo essenziale.

Da ultimo, ma non di minore importanza, qualcuno spieghi all’UE che, a differenza degli Stati Uniti d’America, le nazioni europee hanno significativi interessi economici da perdere in Iran.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Conformemente alle cifre fornite dall’Oil Market Report pubblicato dall’International Energy Agency l’11 aprile 2019, l’offerta globale petrolifera è diminuita di 340.000 b/g a marzo, per complessivi 99.200.000 b/g (3.100.000 b/g al di sotto di novembre 2018 e 530.000 b/g in più anno su anno). In particolare, l’output dell’OPEC è crollato di 550.000 b/g, a 30.100.000 b/g. Le scorte commerciali dell’OCSE sono invece decresciute di 21.100.000 barili a febbraio 2019 (mese su mese), dopo tre mesi di incrementi consecutivi.

La domanda globale di petrolio è prevista nuovamente in aumento di 1.300.000 b/g nel 2018 e di 1.400.000 b/g nel 2019 con Cina e India a guidare la crescita. Secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 15 aprile 2019, la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista aumentare di 80.000 b/g, per complessivi 8.460.000 b/g, a maggio 2019.

L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino ai 12.300.000 b/g estratti il 26 aprile 2019 (previsioni settimanali).

Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes il 10 maggio 2019, le 988 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 805 (81,5%) sono petrolifere e 183 (18,5%) gasiere, risultano essere 18 in meno rispetto a quelle rilevate il 29 marzo 2019, il minimo dal 9 marzo 2018, in calo da 5 settimane a questa parte. Secondo quanto anticipato da Bloomberg il 26 aprile 2019, ciò è stato dovuto al fatto “che gli operatori hanno spostato l’attenzione dalla crescita della produzione al flusso di cassa”. A febbraio 2019, le importazioni di greggio da parte degli USA sono significativamente calate a 6.652.000 b/g rispetto ai 7.520.000 b/g di gennaio 2019. Nel corso del 2019, la media dell’import di greggio statunitense è stata di 7.757.000 b/g, in diminuzione rispetto ai 7.969.000 b/g nel 2017 e ai 7.850.000 b/g nel 2016.

 

Il trend petrolifero e valutario

Ad aprile 2019 i prezzi del barile sono aumentati, raggiungendo i massimi da sei mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 69,22 $/b e le ha chiuse a 71,68 $/b, mentre il greggio West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 61,74 $/b, chiudendole a 63,56 $/b. Nel momento in cui scriviamo (13 maggio), il Brent viene scambiato a 71,20 $/b e il WTI a 61,88 $/b.

Il 24 aprile, il benchmark (riferimento) europeo e asiatico ha toccato il massimo a 74,59 $/b. Il giorno precedente, la qualità americana si era spinta fino a 66,09 $/b. I prezzi del petrolio sono incrementati perché il Presidente USA Donald Trump il 2 maggio 2019 non ha rinnovato le deroghe all’acquisto di greggio iraniano. Quest’ultime erano state concesse il 5 novembre 2018 a 8 paesi: Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Italia, Turchia e Grecia.

In aggiunta, il mercato del petrolio è stato influenzato dai seguenti fattori rialzisti:

1. L’intensificazione della Guerra in Libia;

2. I tagli dell’OPEC+ stabiliti alla fine del 2018 (-1.200.000 b/g);

3. Le sanzioni statunitensi imposte al Venezuela;

4. La momentanea riduzione della produzione non convenzionale USA (tight oil) per un ammontare di 100.000 b/g verificatasi a metà aprile.

La modesta decrescita dei prezzi registrata alla fine del mese è stata invece dovuta alla crescita delle scorte commerciali statunitensi, incrementate da 455.154.000 barili a 460.633.000 barili (+ 6.860.000 barili). Sulla scia della pubblicazione di quest’ultimo dato, Carsten Fritsch, analista finanziario presso Commerzbank, ha affermato che “la situazione nel mercato petrolifero si è tranquillizzata. Apparentemente, il mercato globale del petrolio è sufficientemente approvvigionato”. Tuttavia, la decisione di non rinnovare le deroghe è stata “una sorpresa rialzista per il mercato” aveva in precedenza evidenziato Olivier Jakob, analista per Petromatrix.

Fonte: https://www.aboutenergy.com/it_IT/topic/trump-iran.shtml

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