Trump vs Clinton: la battaglia ha inizio

A Washington, Donald Trump ha trionfato fra i Repubblicani, Hillary Clinton con il 54% tra i Democratici
Trump vs Clinton: la battaglia ha inizio
25 May 14:50 2016 Print This Article

Il voto di questa notte a Washington aveva una valenza per lo più simbolica. Senza un reale competitor, Donald Trump ha trionfato fra i Repubblicani con il 76,2%. Cruz e Kasich (che hanno sospeso la loro campagna ormai qualche settimana fa) hanno raccolto poco e nulla, non superando la soglia del 20%. Il conteggio non è ancora finito per i congressional district, ma è molto probabile che il tycoon possa fare l’en plein portando a casa tutti e 44 i delegati. Per i Democratici, invece, l’ha spuntata Hillary Clinton con il 54%. Un voto sostanzialmente inutile (un ‘beauty contest’, come è usanza dire negli Stati Uniti) perché le regole in questo Stato assegneranno i delegati dal risultato del caucus di marzo vinto da Bernie Sanders, che quindi porterà a casa 74 delegates contro i 27 conquistati dalla ex first lady.

La partita delle primarie sta scemando di interesse giorno dopo giorno, con gli ultimi voti nei pochi Stati rimasti, spostando l’attenzione sempre più verso l’election day di novembre. Hillary Clinton e Donald Trump sembrano ormai in dirittura d’arrivo come nominati a rappresentare i due partiti di riferimento e, come avevamo già scritto qualche settimana fa, la grande vittoria di Donald Trump nel Nord Est e nell’Indiana – con la conseguente sospensione della campagna di Cruz e Kasich – ha portato un notevole bounce all’immobiliarista, che si sta confermando negli ultimi sondaggi presidenziali: ABC/Washington post, in un ipotetico scontro a novembre fra Trump e la Clinton, vedono vincitore Trump di due punti percentuali; NBC/WSJ vedono invece prevalere di tre punti l’ex first lady; Fox News vede vincente Donald Trump e anche Rasmussen reports ipotizza il tycoon newyorkese in vantaggio sull’ex Segretario di Stato; CBS/NewYorkTimes, invece, vedono vincente la Clinton di 4 punti. Considerando un range di errore di 3-4 punti, notiamo un sostanziale pareggio fra i due competitor che lascia la gara piuttosto aperta.

Al di là di questi numeri ci sono due cose molto importanti da sottolineare: la prima è che il grande momento mediatico di Donald Trump molto probabilmente sta ‘dopando’ questi ultimi sondaggi. Si voterà fra diversi mesi e questi risultati di maggio lasciano un po’ il tempo che trovano. La seconda, invece, è che il voto popolare non sempre coincide con il risultato finale. L’elezione di novembre, infatti, è caratterizzata dalla conquista dei ‘grandi elettori’ (270 è il magic number per accedere alla sala ovale) che vengono assegnati dalle vittorie Stato per Stato. Sia per la Clinton e sia per Donald Trump ciò che interessa sarà la vittoria nei famigerati “swing States”, cioè tutti quegli stati che storicamente passano da un partito all’altro a seconda del momento storico e del candidato in corsa. E’ ancora presto per poter capire l’esatto numero, ma, ad esempio, Stati come: Ohio, Pennsylvania, Virginia, Florida e Iowa saranno molto importanti da tenere d’occhio rispetto a regioni come California (per i democratici) e Texas (per i repubblicani) praticamente già assegnati qualsiasi sia il contendente in gara.

Oltre agli Stati in bilico ci sono altre criticità per i due candidati: Trump ha assoluto bisogno di fondi e, almeno per il momento, la sua organizzazione latita e anche i grandi donors (come vediamo da questo scarno elenco) ancora non si sono del tutto decisi a fare quadrato intorno al tycoon. La stessa cosa dicasi per i piccoli donatori, certamente più numerosi, ma che non stanno portando reale pesantezza alle casse di Trump, casse che hanno assolutamente bisogno di essere rimpinguate in vista della grande battaglia presidenziale dei mesi a venire. Anche per le minoranze al voto (ispanici, asiatici e black voters) ci sono parecchie criticità, nonostante una linea un po’ più morbida adottata nell’ultimo periodo. L’essere ondivago, però, non aiuta Trump perché non basta farsi fotografare mangiando Tapas per far dimenticare le stilettate su muri ipotetici che dovrebbero essere pagati dagli stessi messicani che l’immobiliarista vorrebbe tenere lontano. La Clinton, invece, ha il grande problema che molta della base del suo partito non la vuole votare. Sanders, come abbiamo scritto in precedenza, ha raccolto (a sorpresa) circa il 40% dei voti fin qui disponibili e per l’ex first lady adesso la priorità sarà quella di unire tutto il partito contro l’avversario repubblicano. Inoltre, Bernie Sanders, nonostante il buon ‘momentum’ di Trump, sta risultando dagli ultimi sondaggi presidenziali quasi sempre vincitore su un ipotetico scontro contro il tycoon, fattore per la Clinton da tenere molto ben monitorato.

Oltre a tutti questi numeri e dati (per altro molto importanti) non mancano gli attacchi da una parte e dall’altra. Trump, in risposta ad una inchiesta del New York Times di qualche giorno fa (lo si accusa di trattare male il genere femminile), ha diramato poche ore fa un video in cui alcune voci fuori campo accuserebbero il marito dell’ex Segretario di Stato, l’ex Presidente Bill Clinton, di molestie. Sempre contro la Clinton sta uscendo in questi giorni un documentario: “Clinton Cash”, basato sull’omonimo libro del 2015 di Peter Schweizer. Il libro racconta con testimonianze, virgolettati ed altri documenti di come la famiglia Clinton si sia arricchita proprio grazie alla presidenza del marito, Bill.  La Clinton, invece, ha risposto alle accuse sessiste di Trump al marito tramite un video diramato sui suoi mezzi di comunicazione social, accusando Donald Trump di aver lucrato sulla grande crisi immobiliare del 2008.  Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino (e siamo solo a maggio) ci si rende immediatamente conto di come già le acque siano piuttosto agitate.

Altri temi interessanti, per la parte repubblicana, saranno la scelta del VP per ‘The Donald’, oltre alla possibilità che il partito libertarian, capitanato da Gary Johnson, possa portar via voti ai repubblicani e democratici o, addirittura, poter compattare i “Never Trump” repubblicani (ancora numerosi) contro entrambi i candidati in alcuni Stati, impedendo di raggiungere l’agognato numero di grandi elettori sufficienti per aggiudicarsi una permanenza premio di quattro anni alla White House (ne avevamo già parlato qui). Soluzione quest’ultima, un po’ pittoresca ma che sta facendo saltare la mosca al naso anche a parecchi analisti non certo della prima ora. Questi argomenti però meritano un capitolo a parte e li affronteremo nelle nostre prossime analisi, compreso il voto al Senato ed alla Camera (voto cruciale e, forse, ancora più importante della Presidenza degli Stati Uniti d’America).

Cristoforo Zervos Twitter: @C_Zervos

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Cecilia Valentini
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