Un mercato in attesa

La tendenza al ribasso dei prezzi petroliferi registrata negli ultimi mesi risente degli sviluppi statunitensi in tema di produzione di scisto, una evoluzione del settore che per il momento non preoccupa i paesi OPEC impegnati a rispettare gli accordi sulla riduzione dell'output
Un mercato in attesa
19 marzo 10:16 2018 Stampa

A febbraio, i prezzi del petrolio sono significativamente diminuiti di circa 5$/b. Nello specifico, il 1° febbraio, il North Sea Brent e il West Texas Intermediate quotavano rispettivamente 69,75$/b e 66,01$/b. Il 28 febbraio, il benchmark europeo e asiatico prezzava 64,66$/b, mentre la miscela americana veniva scambiata a 61,55$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent valeva 63,78 $/b e il WTI 60.25 $/b.

Il 13 febbraio, entrambe le qualità hanno raggiunto il minimo mensile, il Brent quotando a 62,60$/b e il WTI a 58,87$/b. Tale andamento ribassista è stato causato dai seguenti fattori economici e finanziari:

1. nel corso della settimana conclusasi il 30 gennaio, le posizioni nette speculative di breve periodo (vendita) sono aumentate del 6,3% peri a 39.127 contratti;

2. durante la prima settimana di febbraio, il numero totale delle trivelle attive negli Stati Uniti è aumentato di 29 unità;

3. l’8 febbraio, il dollaro si è apprezzato nei confronti dell’euro, quotando 1,2253 €/$;

4. il 9 febbraio, la produzione statunitense ha raggiunto i 10.271.000 b/g. Il direttore della IEA (International Energy Agency), Fatih Birol, ha affermato che la “crescita esplosiva” delle estrazioni USA potrebbe protrarsi oltre l’anno corrente.

Nel corso della seconda metà del mese, i prezzi hanno ripreso a crescere in virtù delle seguenti ragioni:

1. Il deprezzamento del dollaro. Il 15 febbraio, il tasso di cambio euro/dollaro ha prezzato 1,2493 €/$, stimolando la domanda di commodities denominate nella valuta statunitense;

2. Il calo delle scorte di petrolio nei paesi OCSE;

3. L’aumento delle esportazioni petrolifere USA, le quali hanno approssimativamente raggiunto 2.000.000 b/g, il massimo da ottobre 2017;

4. Il 23 febbraio, è stata interrotta la produzione del pozzo El-Feel, in Libia (-70.000 b/g), a causa di proteste;

Durante gli ultimi giorni del mese, un nuovo apprezzamento del dollaro, il quale ha raggiunto il massimo mensile nei confronti dell’euro (1,2214 €/$ il 28 febbraio), in aggiunta alla crescita delle scorte USA (+3.020.000 barili nel corso dell’ultima settimana) hanno contribuito ad un calo dei prezzi.

Il 12 febbraio, il Ministro degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Al Mazrouei, l’attuale Presidente dell’OPEC, ha affermato che “Il petrolio di scisto sta per tornare sul mercato, e ci si attende che lo farà con maggiore forza rispetto al 2017; perciò dobbiamo essere vigili. Comunque, tutto considerato, non ritengo che causerà grandi distorsioni”.

In verità, come messo in evidenza da Bloomberg il 18 febbraio, il problema principale dell’OPEC consiste nell’effettiva capacità dell’organizzazione di stimare in maniera corretta le scorte al di fuori dell’OSCE, i cui membri già oggi contribuiscono per circa la metà dei consumi mondiali di petrolio e, secondo le più recenti stime, contribuiranno per l’80% della crescita della domanda nel 2018.

È probabilmente per questa ragione che il Ministro del Petrolio saudita, Khalid A. Al-Falih, il 19 febbraio ha affermato che, “Se sarà necessario sbilanciare il mercato per un po’ di tempo, lo faremo”.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

In conformità con i dati forniti dall’Oil Market Report pubblicato dall’EIA (Energy Information Administration), il 13 febbraio, l’offerta globale di petrolio è lievemente diminuita a 97.700.000 b/g a gennaio, 1.500.000 b/g in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nello specifico, l’output di greggio OPEC è rimasto invariato nei confronti del mese precedente a 32.160.000 b/g. Le estrazioni non-OPEC invece sono decresciute di 175.000 b/g a gennaio, per un totale di 58.600.000 b/g, 1.300.000 b/g in più anno su anno.

A dicembre, le scorte dei paesi OSCE sono diminuite di 55.600.000 barili, il maggiore calo registrato da febbraio 2011, raggiungendo i 2.851.000.000 barili.

Le previsioni di crescita della domanda 2018 di petrolio sono state riviste leggermente al rialzo (+1.400.000 b/g) sulla scia dei dati pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale, i quali prevedono un andamento positivo dell’economia mondiale. In base ai numeri forniti dal Drilling Productivity Report pubblicato dall’EIA il 12 febbraio, la produzione non convenzionale americana si stima in crescita di 110.000 b/g a marzo, per un totale di 6.756.000 b/g.

L’output di greggio statunitense, dopo avere raggiunto il picco di 9.627.000 b/g ad aprile 2015, è decresciuto sino al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, ha ripreso ad aumentare sino ai 10.369.000 b/g toccati il 2 marzo 2018 (dati settimanali). Conformemente ai dati pubblicati da Baker Hughes il 2 marzo, le 981 trivelle attualmente attive negli USA – di cui 765 (81,5%, il massimo dal 4 agosto) estraggono petrolio e 181 (18,5%) gas – sono 35 in più rispetto a quelle in azione il 2 febbraio in quanto i prezzi continuano a mantenersi costantemente sopra i $60/b. A dicembre 2017, le importazioni di greggio USA sono moderatamente aumentate a 7.782.000 b/g. Quest’ultime erano 7.623.000 b/g a novembre. Nel corso del 2017, l’import medio di greggio statunitense ha così raggiunto i 7.919.000 b/g, in lieve crescita rispetto al 2016 (7.877.000 b/g), al 2015 (7.363.000 b/g) e al 2014 (7.344.000 b/g).

Nel 2017, le importazioni medie di petrolio da parte della Cina hanno toccato il record di 8.420.000 b/g. Nel corso del primo mese del 2018, esse hanno segnato il picco di 9.610.000 b/g.

 

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Nel precedente mensile, riportammo un’intervista rilasciata di Francesco Sisci in cui il generale italiano e NATO sottolineava che l’articolo pubblicato dall’Economist – La prossima guerra – era obiettivo nella misura in cui si descrivevano in dettaglio le preparazioni militari di una guerra probabile più che possibile, contro Cina in primo luogo e Russia in secondo luogo. Si trattava quindi di fatti obiettivi che andavano interpretati come l’annuncio semi-ufficiale dell’inizio della Seconda Guerra Fredda. In aggiunta, il generale sottolineava che i partiti attualmente contro l’Unione europea sarebbero stati ostracizzati da Bruxelles e Washington e ancora che l’Ue e gli Stati Uniti d’America avrebbero supportato chiunque avesse assunto un profilo politico pro-europeo e anti-russo.

In merito alle elezioni politiche in Italia, Angelo Panebianco ha scritto nell’editoriale del Corriere della Sera del 18 febbraio – La posta in gioco per il Paese – che “Un altro cruciale elemento di somiglianza fra allora [le elezioni nel 1948] e oggi sta nel bivio in cui si trova il Paese per quanto riguarda la sua collocazione internazionale. In nome del cosiddetto sovranismo, potrebbero anche esserci tentativi (naturalmente, difficili da realizzare) di allentare i legami europei. Un rapporto solidale con la Russia potrebbe sostituire progressivamente quello con gli Stati Uniti”.

“Tenuto conto che le forze politiche più marcatamente filoeuropeiste sono uscite sconfitte dalle elezioni politiche del 4 marzo, è ipotizzabile che le relazioni politiche tra la Federazione Russa e l’Italia si rafforzino ulteriormente nel prossimo futuro”?

Da un punto di vista strettamente energetico, la Federazione Russa è il primo fornitore di gas naturale dell’Italia e il quarto di petrolio.

In particolare, grazie ai dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2017, l’Italia ha consumato 75,151 Gmc3 di gas naturale (+6% anno su anno, potere calorifico pari a 38,10 MJ/mc), dei quali 30,180 Gmc3(+6,8% anno su anno) sono stati forniti dalla Federazione Russa (pari al 40,16% dell’ammontare totale). Nel 2016, i consumi furono 70,914 Gmc3, dei quali 28,267 Gmc3 provenienti dalla Russia (39,86%). In conformità con le cifre riportate dall’Unione Petrolifera, nel 2017, l’Italia ha consumato 66.387.000 tonnellate di petrolio, delle quali 6.539.000 tonnellate – equivalenti al 9,8% dei consumi totali (+1,5% anno su anno) – sono state fornite dalla Russia. Nel contempo, l’Italia ha importato 12.386.000 tonnellate di petrolio dall’Azerbaijan, 9.324.000 tonnellate dall’Iran e 8.568.000 tonnellate dall’Iraq.

Da quando l’OPEC e la Federazione Russa hanno raggiunto l’accordo in merito al taglio dell’offerta di “oro nero” (inizio 2017), le compagnie petrolifere russe e il governo hanno incassato 41.500.000.000 $ in più grazie all’incremento del prezzo del barile. Per l’esattezza, il governo russo 29.410.000.000 $ e le major 12.090.000.000 $. Tocca all’Italia dare un segnale.

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