Una nuova recessione è all’orizzonte

A dicembre, il prezzo del petrolio è diminuito di quasi 8 $/b sulla scia delle tensioni finanziarie internazionali. Di fatto, nel 2018, l’indice spot dell’energia S&P Goldman Sachs è crollato
Una nuova recessione è all’orizzonte
22 gennaio 11:23 2019 Stampa

A dicembre, il prezzo del petrolio è diminuito di quasi 8 $/b sulla scia delle tensioni finanziarie internazionali. Di fatto, nel 2018, l’indice spot dell’energia S&P Goldman Sachs è crollato del 21%.

La qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 61,91 $/b e le ha chiuse a 54,15 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 53,35 $/b, terminando a 45,67 $/b. Il 24 dicembre, dopo che la Federal Reserve aveva annunciato il quarto incremento dei tassi di interesse nel 2018, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano, hanno raggiunto i rispettivi minimi. Nello specifico, il Brent ha toccato 50.68 $/b – il prezzo più basso dal 18 agosto 2017 – mentre il WTI è calato fino a 42,38 $/b – il prezzo minore dal 10 agosto 2016.

Nel momento in cui scriviamo (15 gennaio), il Brent e il WTI stanno rispettivamente quotando 59,44 $/b e 50,98 $/b in virtù dell’ottimismo che traspare, sia rispetto all’esito positivo che pare essere emerso dal confronto tra gli Stati Uniti d’America e la Cina in merito alle dispute commerciali, sia rispetto alla concreta possibilità che l’OPEC+ riduca il proprio output.

Nel corso della seconda metà di dicembre, il prezzo del barile si è fortemente ridotto in virtù dei seguenti fattori:

1. Grazie alla tecnica del fracking, gli Stati Uniti hanno estratto 11.700.000 b/g, un ammontare record. Nel contempo, la Federazione Russa ha prodotto 11.420.000 b/g;

2. Secondo l’International Energy Agency, a ottobre, le scorte commerciali dei Paesi OCSE sono aumentate di 5.700.000 barili per complessivi 2.872.000.000 barili, oltrepassando – seppur di poco – la media degli ultimi 5 anni;

3. Il 19 dicembre, nonostante le preoccupazioni espresse dal Presidente Donald Trump in merito ad un eventuale crollo del mercato finanziario statunitense, la FED ha innalzato il range del saggio di interesse overnight di 25 punti base, portandolo dal 2-2,25% al 2,25-2,50%. L’effettivo rischio di una bolla finanziaria, in aggiunta alle tensioni commerciali comunque esistenti tra le due super potenze economiche, gli Stati Uniti d’America e la Cina, potrebbero effettivamente determinare un indebolimento della domanda di energia nel 2019.

4. Il ruolo della finanza. Diversi Hedge Funds stanno incrementando le loro scommesse ribassiste soprattutto, nei confronti del benchmark Brent.

Il 7 dicembre, il cosiddetto gruppo OPEC+ guidato dall’Arabia Saudita e dalla Federazione Russa ha deciso di tagliare la propria produzione di 1.200.000 b/g per un periodo di 6 mesi, a partire dal 1° gennaio 2019. Se i Paesi produttori desiderano effettivamente ridurre la volatilità che ha caratterizzato il prezzo del barile nella seconda metà del 2018, essi devono senza dubbio implementare tale accordo quanto prima. Il fatto che l’Arabia Saudita abbia tagliato le proprie esportazioni di circa 420.000 b/g a dicembre per complessivi 7.253.000 b/g pare essere un inizio promettente.

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Grazie ai dati forniti dall’Oil Market Report e pubblicati dall’International Energy Agency il 13 dicembre, l’offerta globale di petrolio è calata di 360.000 b/g a novembre (mese su mese) per complessivi 101.100.000 b/g a causa del minor output nel Mare del Nord, in Canada e in Russia. Nel contempo, la produzione di greggio OPEC è cresciuta di 100.000 b/g a 33.030.000 b/g, dal momento che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno toccata nuovi picchi estrattivi che hanno più che controbilanciato le forti perdite produttive dell’Iran.

Rispetto al report precedente, le previsioni di crescita della domanda petrolifera 2018 e 2019 sono state sostanzialmente confermate: esse risultano rispettivamente essere 1.300.000 b/g e 1.400.000 b/d.

Secondo le cifre del Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 17 dicembre, la produzione non convenzionale di greggio USA si stima in crescita di 134.000 b/g per totali 8.166.000 b/g a gennaio 2019.

L’output di greggio USA, dopo il precedente massimo di 9.627.000 b/g toccato ad aprile 2015, è diminuito sino al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino agli 11.700.000 b/g raggiunti il 9 novembre 2018 e mantenuti nel corso dell’intera ultima parte dell’anno appena conclusosi.

In base alle statistiche rese note da Baker Hughes il 4 gennaio 2019, le 1.075 trivelle attualmente attive negli USA, delle quali 877 (81,6%) sono petrolifere e 198 (18,4%) sono gasiere, risultano essere 7 di meno rispetto a quelle in opera il 16 novembre 2018. Come da noi anticipato nel precedente mensile, i frackers statunitensi hanno interrotto l’espansione delle proprie trivellazioni non appena il prezzo del barile è sceso al di sotto dei 55 $/b. In realtà, Rystad Energy ritiene che l’attività non convenzionale abbia iniziato a rallentare ben prima del crollo del costo del barile verificatosi da ottobre 2018 in poi.

Nell’intervista rilasciata a Bloomberg il 17 dicembre 2018, Michael Loewen, commodity strategist presso Scotiabank, ha affermato che “probabilmente, siamo prossimi a un rallentamento dell’offerta negli Stati Uniti. Effettivamente, credo che i produttori reagiranno”. Durante il 2018, lo S&P 500 energy index delle compagnie impegnate nella fratturazione idraulica ha perso il 30%. “Il boom del fracking ha prodotto molto petrolio e gas, ma non molti profitti” ha di fatto sentenziato Tom Sanzillo, direttore finanziario all’Istituto per Energy Economics and Financial Analysis.

A ottobre, le importazioni di greggio USA sono diminuite a 7.312.000 b/g. Esse erano 7.589.000 b/g a settembre, 8.000.000 b/g ad agosto, 7.923.000 b/g a luglio, 8.480.000 b/g a giugno (record mensile nel 2018), 7.825.000 b/g a maggio, 8.244.000 b/g ad aprile, 7.616.000 b/g a marzo, 7.493.000 b/g a febbraio e 8.012.000 b/g a gennaio. Attualmente, la media delle importazioni di greggio da parte degli Stati Uniti è di 7.849.000 b/g. Nel 2017, quest’ultima è stata pari a 7.969.000 b/g, leggermente più alta rispetto ai 7.850.000 b/g nel 2016, in rialzo nei confronti dei 7.344.000 b/g importati nel 2014 e dei 7.363.000 b/g nel 2015.

In conformità con i dati forniti dalle dogane cinesi, le importazioni di greggio della Cina hanno toccato il nuovo record di 10.430.000 b/g a novembre 2018, incrementando dell’8,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e oltrepassando il precedente massimo di 9.610.000 b/g registrato a ottobre 2018.

Il 7 gennaio 2019, il Financial Times ha pubblicato un articolo di Lawrence Summers, Professore di Economia presso l’Università di Harvard e già segretario al Tesoro nel corso delle presidenze di Bill Clinton, dal titolo “Dobbiamo prepararci ora per la probabilità di una recessione”.

Data la tesi dell’autore, secondo il quale una nuova recessione globale è probabile e imminente, nell’immediato futuro quali politiche dovrebbero implementare i produttori di energia al fine di stabilizzare i prezzi del mercato petrolifero? Nel contempo, quali strategie dovrebbero invece mettere in campo le superpotenze onde sostenere la domanda mondiale di energia?

Conformemente a quanto divulgato da Bloomberg, il valore nominale della produzione dell’Organizzazione dei paesi produttori – calcolato sulla base del prezzo medio ottenuto da diverse qualità di greggio OPEC – è incrementato del 33% nel 2018 per un valore totale di 826 miliardi di dollari. Tale aumento è stato possibile grazie al taglio dell’offerta. Come correttamente evidenziato dalla stessa Bloomberg, dal momento che le entrate nette dipendono soprattutto dalle esportazioni più che dall’output complessivo, l’ammontare reale è senz’altro minore. Se l’Organizzazione avrà la capacità di portare avanti la propria attuale strategia nel corso dell’intero primo semestre 2019, quasi certamente raggiungerà l’obiettivo di stabilizzare i prezzi del mercato. Nel caso in cui invece non ci riuscisse, avrà comunque la possibilità di estendere i tagli anche nella seconda metà dell’anno corrente. Tuttavia, non si dovrebbe comunque dimenticare che la maggioranza dei Paesi produttori ha un break-even price (pareggio di bilancio fiscale) che è più alto del range 55-65 $/b. Al momento, solamente la Federazione Russa ha fissato il proprio pareggio di bilancio statale attorno ai 40 $/b.

Per quanto attiene le questioni affrontate dalle due superpotenze durante il bilaterale tenutosi a Pechino tra il 7 e il 9 gennaio, l’impressione è che Cina e Stati Uniti d’America abbiano raggiunto un accordo di massima in campo commerciale, anche se una serie di problemi non indifferenti in merito all’implementazione dell’intesa persistono tuttora.

Wall Street Italia ha inoltre messo in luce che a dicembre 2018 le esportazioni cinesi hanno segnato un -4,4% invece di un previsto +5%, mentre le importazioni sono calate del 7,6% rispetto a un +4% atteso. Nonostante l’interscambio commerciale della Cina sia aumentato del 9,7% su base annua – l’export è cresciuto del 7,1% e l’import del 12,9% in base ai dati divulgati dalla General Administration of Customs (dogane) il 14 gennaio 2019 – il campanello d’allarme decembrino suggerisce che l’economia mondiale sta rallentando. Al fine di affrontare e contrastare questa situazione, il governo cinese sta mettendo in campo una serie di misure volte a supportare salari, investimenti e tagli alle tasse grazie a un incremento del rapporto deficit/PIL.

In base ai dati forniti dallo U.S. Treasury Department (Dipartimento del Tesoro statunitense), il 9 gennaio 2019, il debito Pubblico USA ha raggiunto i 21,93 trilioni di dollari, 16 trilioni dei quali sono detenuti dal pubblico e 5,8 trilioni da società intergovernative. A fine 2018, il deficit USA è aumentato per un ammontare pari a 1 trilione di dollari. Se per un verso, Jerome Powell, attuale Governatore della Federal Reserve, durante l’Economic Club di Washington ha affermato che “è molto preoccupato per tale situazione” dall’altro, Alan Greenspan, già capo della FED, ha sostenuto che “la politica fiscale è un tema critico; in questa fase, la politica monetaria non lo è. In alcuni momenti essa è fondamentale, ma questo non è uno di quelli”.

Quindi, nonostante l’attuale livello raggiunto dal debito e dal deficit USA, Greenspan raccomanda una politica fiscale espansiva onde supportare la crescita economica del proprio paese.

“Anche se i miei timori di recessione sono eccessivi, uno spostamento verso l’accentuazione della crescita contribuirà a portare l’inflazione su livelli prefissati, e può essere invertita. Se ho ragione, i costi di un ritardo nella risposta politica potrebbero essere catastrofici. È l’ironia del nostro momento che la prudenza richiede il rifiuto dell’austerità”, ha quindi riassunto Lawrence Summers.

In conclusione, è venuto il momento di aprire una discussione franca riguardante, sia le riforme concernenti l’impianto istituzionale dell’Ue e della BCE, sia le politiche da esse messe in campo sino ad oggi. Il tempo sta per scadere!

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